I DETENUTI NON SONO LE UNICHE VITTIME DEL COMPLESSO CARCERARIO-INDUSTRIALE (Storia di Alex Hannaford)
Se vivi a Livingston, una cittadina di 5.000 abitanti a un’ora a nord di Houston in Texas, puoi trovare
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Se vivi a Livingston, una cittadina di 5.000 abitanti a un’ora a nord di Houston in Texas, puoi trovare impiego o nell’industria del legno o in quella delle prigioni.
Dave aveva fatto il camionista per tredici anni, ma quando il suo datore di lavoro ha chiuso baracca a causa della crisi post 11 settembre, si è formato come agente penitenziario. Prendi più soldi a tagliare alberi, dice, ma le carceri offrono un’occupazione stabile. “Sono la prova che siamo in recessione.”
Ma far parte dell’ingranaggio di una macchina il cui fine ultimo è quello di distruggere la vita umana ha un prezzo. Dopo otto anni e mezzo di lavoro nel braccio della morte, Dave ha iniziato ad avere incubi e a soffrire di pressione alta. “Anche i ragazzi più giovani la soffrono a lavorare lì.” “Mi è capitato a volte di arrivare all’ingresso della prigione, passare attraverso il metal detector e fare marcia indietro, tornare nel parcheggio e darmi malato.” Allora Dave è stato trasferito dal braccio della morte.
I gruppi per i diritti civili che si occupano delle prigioni tendono a concentrarsi sulla situazione dei detenuti, monitorando le condizioni di detenzione e fornendo loro assistenza legale. Non si è naturalmente portati a provare simpatia per gli esecutori di un sistema così crudele. Ma a lavorare in un ambiente opprimente dove la violenza è la norma, le guardie sono vittime tanto quanto carnefici.
“La prigione funziona esattamente all’opposto di una piccola, sana famiglia o comunità”, nota Frank Ochberg, uno psichiatra che ha fatto parte del gruppo di esperti chiamati a definire il cosiddetto disturbo da stress post-traumatico (PTSD) negli anni 70 e che ha stilato le sue perizie su innumerevoli condannati a morte. “Il carcere fa a un essere umano quello che uno zoo fa a un animale selvatico.”
Più del 25 per cento delle guardie carcerarie soffre di PTSD rispetto al 3,5 per cento dell’intera popolazione, secondo uno studio di Desert Waters, un centro di sensibilizzazione sulle condizioni carcerarie in Colorado. Il tasso di suicidi tra i funzionari penitenziari è più del doppio di quello della popolazione normale. Sono i danni collaterali in un sistema che incarna uno degli impieghi più devastanti del potere statale.
Dave racconta la storia straziante di un collega nel braccio della morte, che cinque anni fa lavorava al turno di notte presso l’Unità Polunsky. Durante una pausa, è uscito nel parcheggio, è salito in macchina, ha tirato fuori una pistola e si è ucciso. “È rimasto lì all’insaputa di tutti per un’ora, anche se era nel punto finale della prima fila del parcheggio, praticamente all’ingresso del cancello del carcere.”
Il Texas Department of Criminal Justice confermerà solo che il 4 dicembre 2008 “un agente di polizia penitenziaria assegnato all’Unità Polunsky è stato trovato morto all’interno di un veicolo privato per un colpo di pistola auto-inflitto”.
Dave aveva fatto il camionista per tredici anni, ma quando il suo datore di lavoro ha chiuso baracca a causa della crisi post 11 settembre, si è formato come agente penitenziario. Prendi più soldi a tagliare alberi, dice, ma le carceri offrono un’occupazione stabile. “Sono la prova che siamo in recessione.”
Ma far parte dell’ingranaggio di una macchina il cui fine ultimo è quello di distruggere la vita umana ha un prezzo. Dopo otto anni e mezzo di lavoro nel braccio della morte, Dave ha iniziato ad avere incubi e a soffrire di pressione alta. “Anche i ragazzi più giovani la soffrono a lavorare lì.” “Mi è capitato a volte di arrivare all’ingresso della prigione, passare attraverso il metal detector e fare marcia indietro, tornare nel parcheggio e darmi malato.” Allora Dave è stato trasferito dal braccio della morte.
I gruppi per i diritti civili che si occupano delle prigioni tendono a concentrarsi sulla situazione dei detenuti, monitorando le condizioni di detenzione e fornendo loro assistenza legale. Non si è naturalmente portati a provare simpatia per gli esecutori di un sistema così crudele. Ma a lavorare in un ambiente opprimente dove la violenza è la norma, le guardie sono vittime tanto quanto carnefici.
“La prigione funziona esattamente all’opposto di una piccola, sana famiglia o comunità”, nota Frank Ochberg, uno psichiatra che ha fatto parte del gruppo di esperti chiamati a definire il cosiddetto disturbo da stress post-traumatico (PTSD) negli anni 70 e che ha stilato le sue perizie su innumerevoli condannati a morte. “Il carcere fa a un essere umano quello che uno zoo fa a un animale selvatico.”
Più del 25 per cento delle guardie carcerarie soffre di PTSD rispetto al 3,5 per cento dell’intera popolazione, secondo uno studio di Desert Waters, un centro di sensibilizzazione sulle condizioni carcerarie in Colorado. Il tasso di suicidi tra i funzionari penitenziari è più del doppio di quello della popolazione normale. Sono i danni collaterali in un sistema che incarna uno degli impieghi più devastanti del potere statale.
Dave racconta la storia straziante di un collega nel braccio della morte, che cinque anni fa lavorava al turno di notte presso l’Unità Polunsky. Durante una pausa, è uscito nel parcheggio, è salito in macchina, ha tirato fuori una pistola e si è ucciso. “È rimasto lì all’insaputa di tutti per un’ora, anche se era nel punto finale della prima fila del parcheggio, praticamente all’ingresso del cancello del carcere.”
Il Texas Department of Criminal Justice confermerà solo che il 4 dicembre 2008 “un agente di polizia penitenziaria assegnato all’Unità Polunsky è stato trovato morto all’interno di un veicolo privato per un colpo di pistola auto-inflitto”.
— FONTI
- (Fonte: The Nation, Alex Hannaford, 16/09/2014)
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