Ai sensi dell’articolo 4 della Costituzione iraniana...
Ai sensi dell’articolo 4 della Costituzione iraniana...
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Ai sensi dell’articolo 4 della Costituzione iraniana, la legge islamica è “la fonte essenziale per tutti i
rami della legislazione”, tra cui la legislazione civile e penale.
La pena di morte è prevista per omicidio, rapina a mano armata, stupro, blasfemia, apostasia, rapimento, tradimento, spionaggio, terrorismo, reati economici, reati militari, cospirazione contro il Governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga.
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio. Secondo le stesse autorità, che però non forniscono statistiche ufficiali, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. La legge islamica (art. 179 della Legge sulle Punizioni Islamiche) vieta l’uso di bevande alcoliche che è punito con la fustigazione e anche con la pena di morte per chi viola questa disposizione per tre volte.
L’impiccagione è il metodo preferito con cui è applicata la Sharia in Iran. L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Nel luglio 2011, in seguito alla “Campagna sulle Gru” lanciata dal gruppo Uniti Contro l’Iran Nucleare (UANI), la Tadano, una società giapponese che produce gru, ha comunicato di non voler più stipulare contratti con il governo iraniano dopo aver saputo che i suoi prodotti sono usati in Iran per le esecuzioni pubbliche. Nell’agosto 2011, un altro produttore di gru giapponese, UNIC, ha annunciato la fine della sua attività in Iran, unendosi alla Tadano e alla Terex che si erano già ritirate dal commercio con l’Iran in seguito alla Campagna sulle Gru della UANI.
Nell’aprile 2013, il Consiglio dei Guardiani dell’Iran, il potente corpo di religiosi e giuristi islamici che controlla l’attività parlamentare e certifica che corrisponda alla legge della Sharia, ha reinserito la lapidazione in una precedente versione del nuovo codice penale che l’aveva omessa come pena esplicita per l’adulterio.
Nel febbraio 2013, il portavoce della Commissione Giustizia del Parlamento iraniano, Mohammad Ali Esfenani, aveva detto ai giornalisti che la pena della lapidazione era stata cancellata dal codice penale per la sua immagine negativa a livello internazionale. “Sulla scena internazionale alcuni hanno una visione molto parziale della lapidazione e la utilizzano contro l’Iran. Hanno fatto sì che sia considerata una violazione dei diritti umani”, ha detto Esfenani, che ha aggiunto: “La lapidazione è stata rimossa solo dalla legge, ma esiste ancora nella Sharia e non può essere rimossa dalla Sharia”.
Comunque, il progetto di codice penale come modificato dai Guardiani identifica ora esplicitamente la lapidazione come una forma di punizione per le persone condannate per adulterio, la relazione sessuale di una persona sposata consumata fuori dal matrimonio.
Ai sensi dell’articolo 132, comma 3, della nuova versione del codice penale, un uomo o una donna possono essere lapidati a morte per relazioni extraconiugali reiterate. Inoltre, in base all’articolo 225, se un tribunale e il capo della magistratura stabiliscono che in un caso particolare “non è possibile” effettuare la lapidazione, la persona può essere giustiziata con un altro metodo, sempre che le autorità abbiano dimostrato il reato in base a testimonianze oculari o alla confessione dell’imputato. L’articolo non spiega cosa si intenda per “casi in cui la lapidazione non è possibile”.
Il nuovo codice prevede inoltre che i tribunali che condannino gli imputati di adulterio in base al libero “convincimento del giudice”, una formula notoriamente vaga e soggettiva che permette la condanna in assenza di prove concrete, possono imporre la punizione corporale di 100 frustate invece della lapidazione. La pena per le persone condannate per fornicazione, il sesso al di fuori del matrimonio di una persona non sposata, è di 100 frustate.
In caso di lapidazione, il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato (la donna fino alle ascelle, l’uomo fino alla vita); un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, compiono l’esecuzione.
L’art. 104 del Codice Penale stabilisce che “le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi”, in modo che la morte sia lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere, resterà imprigionato per almeno 15 anni, ma non verrà giustiziato.
L’Iran ha il tasso di lapidazioni più alto al mondo, ma nessuno sa con certezza quante persone siano state lapidate.
In base a una lista compilata dalla Commissione Diritti Umani del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, almeno 150 persone sono state lapidate dal 1980. I numeri su riportati sono molto probabilmente inferiori ai dati reali, sia perché la maggior parte delle condanne alla lapidazione è stabilita segretamente sia perché è precluso l’accesso alle informazioni in molte prigioni dell’Iran. Shadi Sadr, un avvocato iraniano difensore dei diritti umani che ha rappresentato cinque persone condannate alla lapidazione, ha detto che l’Iran ha effettuato lapidazioni segrete nelle carceri, nel deserto o la mattina molto presto nei cimiteri.
Nel 2013 e nei primi sei mesi del 2014, non risulta siano state eseguite in Iran condanne a morte tramite lapidazione. Comunque, attualmente, ci sono in carcere almeno 11 persone con sentenza di lapidazione, secondo l’avvocato Shadi Sadr. Alcuni di questi casi sono ancora sotto revisione e potrebbero anche essere emesse delle sentenze diverse.
L’approvazione nel 2013 del nuovo codice penale islamico porta a più pene capitali anche per apostasia. La Costituzione iraniana afferma che l’Islam sciita è la religione ufficiale dello Stato. Prevede che “le altre denominazioni islamiche siano pienamente rispettate” e riconosce ufficialmente solo tre gruppi religiosi non islamici – zoroastriani, cristiani ed ebrei – come minoranze religiose. Anche se la Costituzione tutela i diritti dei seguaci di queste tre religioni a praticare liberamente, il Governo ha imposto restrizioni legali sul proselitismo. Convertire un musulmano al Cristianesimo o ad altra religione è considerato un crimine capitale, mentre ai cristiani è permesso convertirsi all’Islam. Convertiti al Cristianesimo sono spesso tormentati, perseguitati e costretti a riunirsi clandestinamente in chiese domestiche, mentre i missionari cristiani sono di solito espulsi dal Paese e a volte incarcerati per aver distribuito Bibbie o altro materiale religioso.
La repressione di quasi tutti i gruppi religiosi non sciiti – in particolare dei Bahai, così come dei Musulmani Sufi, dei Cristiani Evangelici, degli Ebrei e dei gruppi sciiti che non condividono la religione ufficiale del regime – è aumentata significativamente negli ultimi anni. Gruppi bahai e cristiani hanno subito arresti arbitrari, detenzioni prolungate e confisca dei beni. Il regime considera i Bahai apostati e li bolla come una “setta politica”. Il Governo vieta loro di insegnare e praticare la fede e li sottopone a molte forme di discriminazione che altri gruppi religiosi non conoscono. Dalla rivoluzione islamica del 1979, il Governo ha giustiziato più di 200 Bahai.
Negli ultimi anni, la repressione delle minoranze religiose si è intensificata. Numerose chiese sono state distrutte e un certo numero di convertiti dalla religione islamica sono stati arrestati e tenuti in prigione. Secondo la legge della Sharia, la pena per apostasia è la morte, ma l’apostasia non è esplicitamente menzionata nel nuovo codice penale. Tuttavia, la nuova legge rende più facile per i giudici emettere la pena di morte per apostasia in quanto l’Articolo 220 del nuovo codice afferma: “Se la presente legge tace su uno qualsiasi dei casi Hudud, il giudice fa riferimento all’Articolo 167 della Costituzione”. L’Articolo 167 della Costituzione iraniana spiega: “Il giudice è tenuto a tentare di pronunciarsi su ogni singolo caso, sulla base della legge in vigore. In caso di assenza di tale legge, deve emettere il suo giudizio sulla base di fonti ufficiali islamiche e fatwa autentiche. Con il pretesto del silenzio o carenza della legge in materia, o della sua brevità o natura contraddittoria, [il giudice] non può astenersi dall’ammettere ed esaminare il caso e stabilire la sua sentenza”. Il riferimento all’Articolo 167 era in precedenza presente nel codice civile ma ora è anche incluso nella legge penale.
Inoltre, nel nuovo Codice Penale Islamico approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell’aprile 2013, il termine “omosessuale” è presentato come un dato di rilevanza penale anche per le relazioni tra uomini, mentre prima era riferito solo a quelle tra donne. In ogni caso, i rapporti sessuali tra due individui dello stesso sesso continuano a essere considerati crimini Hudud e soggetti a punizioni da cento frustate fino all’esecuzione. Secondo l’articolo 233 del nuovo codice, la persona che ha svolto un ruolo attivo (nella sodomia) sarà frustata 100 volte se il rapporto sessuale era consensuale e non era sposata, ma quella che ha giocato un ruolo passivo sarà condannata a morte a prescindere dal suo status matrimoniale. Se la parte attiva è un non-musulmano e la parte passiva un musulmano, entrambi saranno condannati a morte. In base agli articoli 236-237, gli atti omosessuali (tranne che per sodomia) saranno puniti con 31-99 frustate (sia per gli uomini che per le donne). Secondo l’articolo 238, la relazione omosessuale tra donne in cui vi è contatto tra i loro organi sessuali sarà punita con 100 frustate.
Nel gennaio 2008, l’allora capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, aveva deciso di autorizzare esecuzioni pubbliche solo “in base a esigenze di carattere sociale”. In effetti, dopo il decreto di Shahroudi, le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza sono diminuite. Nel 2008 sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto, e nel 2009 sono state ufficialmente impiccate in luoghi pubblici solo 12 persone. Nel 2007 erano state almeno 110.
Ma dopo le proteste di piazza contro le elezioni truffa del 2009, il numero di esecuzioni pubbliche in Iran è aumentato drammaticamente. Secondo Iran Human Rights, nel 2012 sono state almeno 60, un numero sei volte superiore rispetto al 2009, quando almeno 12 persone sono state impiccate in luoghi pubblici. Nel 2010, almeno 19 persone sono state impiccate pubblicamente. Nel 2011, le esecuzioni pubbliche sono più che triplicate, con almeno 65 persone impiccate in pubblico. La tendenza è proseguita nel 2013: il numero delle esecuzioni nel 2013 in Iran è stato il più alto in più di 15 anni.
L’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica il 14 giugno 2013 ha portato molti osservatori, alcuni difensori dei diritti umani e la comunità internazionale a essere ottimisti. Tuttavia, il nuovo Governo non ha cambiato il suo approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte; anzi, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato a partire dall’estate del 2013.
Nel 2014 sono state effettuate almeno 800 esecuzioni, un 16,5% in più rispetto alle 687 del 2013: 290 esecuzioni (36%) sono state riportate da fonti ufficiali iraniane (siti web della magistratura, televisione nazionale, agenzie di stampa e giornali statali); 510 casi (64%) inclusi nei dati del 2014 sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o altre fonti interne iraniane). Il numero effettivo delle esecuzioni è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel Rapporto annuale di Nessuno tocchi Caino.
Secondo Iran Human Rights (IHR), nel 2014 sono state effettuate almeno 753 esecuzioni, di cui 291 riportate da fonti ufficiali iraniane. Anche Iran Human Rights sottolinea che il numero effettivo delle esecuzioni in Iran è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel suo rapporto annuale.
Secondo l’Iran Human Rights Documentation Center (IHRDC), nel 2014, la Repubblica islamica ha effettuato almeno 721 esecuzioni, 268 dei quali riferite da fonti ufficiali iraniane.
Delle persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2014, solo una parte è stata identificata con nome e cognome, e ancora più ridotta è la parte di coloro di cui è stata resa nota l’età e la data del reato. Molti dei giustiziati sono stati processati in dibattimenti a porte chiuse.
I reati che hanno motivato le condanne a morte sono così suddivisi in termini di frequenza: traffico di droga (371 esecuzioni, di cui 125 ufficiali); omicidio (247, di cui 119 ufficiali); stupro (32, di cui 30 ufficiali); reati non violenti e di natura politica (32, di cui 8 ufficiali); moharebeh (fare guerra a Dio), rapina e “corruzione in terra” (31, di cui 11 ufficiali). In almeno 100 altri casi, non sono stati specificati i reati per i quali i detenuti sono stati trovati colpevoli.
Invece, le esecuzioni di minorenni sono raddoppiate nel 2014, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Sono stati giustiziati almeno 17 presunti minorenni al momento del fatto (15 per casi di omicidio, di cui 3 riportati da fonti ufficiali; 2 per reati legati alle droghe). Un presunto minorenne al momento del reato era stato giustiziato in pubblico a marzo 2012, secondo Amnesty International. Altri due minori al momento del fatto erano stati giustiziati nel 2013, uno a gennaio e l’altro a febbraio. Almeno 4 persone erano state impiccate nel 2011, dopo essere state condannate per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Nel 2010, erano stati giustiziati almeno 2 minorenni e almeno 5 nel 2009.
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età.
A seguito delle richieste della comunità internazionale, rimaste inascoltate per anni, di sospendere tutte le esecuzioni di persone condannate per crimini commessi da minorenni, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che, anche su questo, pone l’Iran fuori dalla comunità internazionale.
Il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale – approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell’aprile 2013 – abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni. Tuttavia, ai sensi degli articoli 145 e 146 del nuovo codice penale, l’età della responsabilità penale è ancora quella della “pubertà”, cioè nove anni lunari per le ragazze e quindici anni lunari per i ragazzi. Quindi, l’età della responsabilità penale non è cambiata affatto nel nuovo codice penale.
In base all’articolo 87 del nuovo codice, la sentenza di morte è stata rimossa per i minori solo nel caso di reati Ta’zir, la cui pena non è specificata nella Sharia e può essere inflitta a discrezione del giudice come, ad esempio, per reati di droga. Secondo la stessa legge, però, una condanna a morte può ancora essere applicata per un minore di 18 anni se ha commesso altri due tipi di reati, la cui pena è esplicitamente prevista dalla Sharia: i reati Hudud, come sodomia, stupro, fornicazione, apostasia, consumo di alcool per la quarta volta, moharebeh (fare guerra a Dio) e “diffondere la corruzione sulla terra”, reati che l’autorità pubblica ha l’obbligo di punire; i reati Qisas, che attengono invece ai “diritti privati” come l’omicidio, da trattare come una controversia tra l’assassino e gli eredi della vittima, i quali hanno il diritto di esigere l’esecuzione dell’omicida (Qisas), concedergli il perdono o chiedere un risarcimento in denaro (Diya).
Infatti, l’Articolo 90 del nuovo codice penale stabilisce che individui legalmente “maturi” minori di diciotto anni (ad esempio, i ragazzi tra i quindici e i diciotto anni e le ragazze di età compresa tra nove e diciotto) che sono condannati per crimini Hudud e Qisas possono essere esenti da condanne per adulti, tra cui la pena di morte, solo se è accertato che non erano mentalmente maturi e sviluppati al momento del reato e non potevano riconoscere e apprezzare la natura e le conseguenze delle loro azioni. Quindi, questo articolo conferisce ai giudici il potere discrezionale di decidere se un bambino ha capito la natura del reato e, pertanto, se può essere condannato a morte.
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per fatti non violenti o di natura essenzialmente politica è continuata in Iran anche nel 2012 e nel 2013. Nel 2014, almeno 32 persone sono state impiccate, di cui 1 per eresia, 2 per sodomia. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” erano in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano. In questi casi, le esecuzioni sono spesso effettuate in segreto, senza che siano informati gli avvocati o i familiari. Tuttavia, tra i condannati a morte o giustiziati per Moharebeh e/o "corruzione sulla terra", molti non erano direttamente coinvolti in atti di violenza. Alcuni di loro erano dissidenti politici, membri di gruppi fuorilegge o appartenenti alle minoranze etniche e religiose iraniane.
Nel dicembre 2010 è entrata in vigore una versione aggiornata della legge anti-droga che estende la pena di morte al possesso di altri tipi di sostanze illegali, ad esempio la metamfetamina.
Le persone imputate di traffico di droga sono state condannate a morte dai tribunali rivoluzionari in processi condotti a porte chiuse e, spesso, senza un’adeguata difesa legale. Poiché la stragrande maggioranza delle persone giustiziate per droga non sono identificate con nome e cognome, non è possibile confermare le accuse. Osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
Negli ultimi anni diverse organizzazioni per i diritti umani hanno esortato l’Ufficio delle Nazioni Unite contro le Droghe e il Crimine (UNODC) e i Paesi donatori a smettere di contribuire indirettamente all’incremento delle esecuzioni in Iran. La Danimarca, l'Irlanda e il Regno Unito hanno tutti scelto di ritirare il loro sostegno alle operazioni antidroga iraniane amministrate dall’UNODC a causa delle preoccupazioni che questo finanziamento stesse consentendo l'esecuzione di presunti trafficanti di droga. Quando hanno annunciato la loro decisione in tal senso, la Danimarca e l’Irlanda hanno pubblicamente riconosciuto che le donazioni stavano portando a esecuzioni capitali. Il 9 aprile 2013, i giornali danesi hanno riportato che la Danimarca aveva deciso di tagliare il suo contributo al programma anti-droga dell’Iran. “La Danimarca ha negli ultimi due anni versato cinque milioni di dollari ogni anno per il programma di lotta alla droga in Iran”, ha reso noto il quotidiano danese Politiken. “Durante lo stesso periodo, le autorità iraniane hanno messo a morte centinaia di persone per presunti reati di droga e su questa base il Ministro per lo Sviluppo Christian Friis Bach (Radikale) ha deciso di sospendere immediatamente il sostegno al programma”, ha riferito Politiken. “E’ un segnale all’Iran che l’uso della pena di morte è inaccettabile e che in nessun modo noi vogliamo sostenerlo”, ha detto il Ministro.
Ma la leadership dell’UNODC non sembra essere affatto infastidita dal fatto che i suoi fondi siano utilizzati dalle autorità iraniane per impiccare “condannati per droga” a un ritmo così devastante.
L’11 marzo 2014, il capo dell’agenzia ONU contro la droga ha elogiato la lotta dell’Iran contro il narcotraffico, nonostante l’aumento delle esecuzioni nel Paese, molte delle quali per reati legati alla droga. Yury Fedotov, Direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), ha detto che l’agenzia si oppone alla pena di morte, “ma dall’altra parte, l’Iran svolge un ruolo molto attivo nella lotta contro le droghe illecite”. Nel 2012, l’Iran ha sequestrato 388 tonnellate di oppio, l’equivalente del 72 per cento di tutti i sequestri nel mondo. “E’ molto impressionante”, ha detto Fedotov ai giornalisti prima dell’incontro internazionale a Vienna del 13-14 marzo sugli sforzi globali per combattere gli stupefacenti. Fedotov ha detto chiaro che l’UNODC non sta prendendo in considerazione di arrestare il sostegno all’Iran. “Non credo che la comunità internazionale debba acconsentire a questo perché significherebbe, come possibile reazione da parte dell’Iran, che tutte queste enormi quantità di droga, che ora sono sequestrate dagli iraniani, inonderebbero liberamente l’Europa.”
Il 18 novembre 2014, il Ministro della Giustizia iraniano Mostafa Pourmohammadi si è scagliato contro i cosiddetti difensori occidentali dei diritti umani per la loro avversione a punire i trafficanti di droga in Iran. "Non accettiamo le prese di posizione degli organismi ONU per i diritti umani secondo cui i condannati per droga non devono essere giustiziati", ha detto Pourmohammadi, il quale ha ribadito che chi traffica e spaccia droga merita di essere impiccato.
Il 4 dicembre 2014, in un'intervista in lingua inglese con Sanam Shantyaei di France 24, Mohammad Javad Larijani, segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, ha dichiarato che l'Iran sta cercando di mettere fine alla pena di morte per i casi legati alla droga, che comportano l'80% delle esecuzioni nel Paese. "Nessuno è felice di vedere un numero di esecuzioni così elevato. Ed è una storia triste avere tutta questa criminalità connessa alla droga”, ha detto Javad Larijani, il quale ha continuato dicendo: "Ci stiamo battendo per cambiare la legge sulla droga. Se avremo successo, se la legge verrà approvata dal Parlamento, quasi l'80% delle esecuzioni svanirà. Questa è una grande novità per noi, indipendentemente dalle critiche dell’Occidente". Le sue dichiarazioni sono state raccolte e tradotte dall’agenzia ufficiale in lingua persiana FARS. Pur non parlando esplicitamente come Javad Larijani, anche l’Ayatollah Sadegh Larijani, fratello di Javad Larijani e capo della magistratura iraniana, ha parlato della necessità di cambiare le leggi sulla droga. Nel corso di una riunione di funzionari giudiziari svoltasi il 2 dicembre, ha detto: "Sulla questione della droga e del traffico, appare evidente che abbiamo bisogno di un cambiamento della normativa, perché l'obiettivo finale della legge dovrebbe essere l’attuazione della giustizia, mentre in realtà questo obiettivo spesso non è realizzato”. Secondo il giornale conservatore Etelaat, Sadegh Larijani non ha difeso la linea morbida sul traffico di droga. Ha detto che i trafficanti di droga devono essere "trattati severamente", pur ammettendo che "purtroppo, oggi, per quanto riguarda la droga e le leggi sulla droga, vediamo che queste leggi non hanno alcun impatto”. Non è la prima volta che la magistratura iraniana propone di modificare le punizioni per i reati di droga, o almeno di modificare la loro modalità di applicazione. Nel mese di maggio 2014, il vice capo della magistratura iraniana Gholam-Ali Mohseni-Ejei, parlando in qualità di massimo procuratore del Paese, ha detto in una riunione del Consiglio Superiore per i Diritti Umani in Iran: "Purtroppo, l'alto numero di esecuzioni in questo Paese è legato al traffico di droga e alle pesanti sanzioni per questo reato. Se, nel rispetto delle leggi vigenti, possiamo rivedere in modo tale da aiutare i funzionari dei servizi segreti a punire i responsabili di queste reti di trafficanti, e per il resto, riconsiderare [le punizioni], gli obiettivi del sistema possono essere meglio realizzati”.
Il 18 dicembre 2014, in una lettera pubblica, sei gruppi per i diritti umani – Reprieve, Human Rights Watch, Iran Human Rights, la Coalizione mondiale contro la pena di morte, Harm Reduction International e la Fondazione Boroumand Abdorrahman – hanno espresso la preoccupazione che il perdurante sostegno dell’UNODC alle operazioni antidroga iraniane stesse "attribuendo legittimità" alle esecuzioni per reati di droga. In base ai documenti dell'agenzia ONU, l’UNODC ha dato più di 15 milioni di dollari per "il sostegno delle operazioni di controllo" della polizia anti-droga iraniana, il finanziamento della formazione specialistica, l'intelligence, camion, body scanner, occhiali per la visione notturna, unità cinofile per la rilevazione di droga, basi e uffici di sorveglianza delle frontiere, hanno detto i gruppi. I progetti dell’UNODC in Iran hanno riportato indicatori di performance come "un aumento dei sequestri di droga e una migliore capacità di intercettare trafficanti" e un “aumento di condanne legate alla droga.”
Le esecuzioni di massa che hanno avuto luogo all’interno delle carceri in tutto il Paese si sono tutte svolte in segreto, in gruppi, senza preavviso e in forma extragiudiziale e arbitraria. Secondo fonti che hanno parlato con l’organizzazione International Campaign for Human Rights in Iran, le esecuzioni di gruppo all’interno del carcere Vakilabad sono svolte mettendo in fila i detenuti in un corridoio a cielo aperto che porta alla sala visite del carcere. Le esecuzioni si svolgono in segreto, senza la conoscenza o la presenza di avvocati e familiari dei prigionieri, che sanno delle avvenute esecuzioni solo uno o più giorni dopo. Gli stessi prigionieri non sono consapevoli della loro esecuzione imminente fino a poche ore prima che sia effettuata.
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le autorità non rilasciano statistiche sulla sua pratica, tutti i nomi delle centinaia di giustiziati ogni anno e i reati per i quali sono stati condannati. Le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti che evidentemente non possono riportare tutti i fatti.
La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.
Fonti della Campagna hanno anche detto che queste condanne a morte sono di norma emesse alla fine di processi spesso di soli pochi minuti e che gli imputati sono privati di un giusto processo. Tali modalità pongono queste esecuzioni nella categoria delle esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie.
“Una piccola sezione del Tribunale Rivoluzionario di Mashad esamina ‘diversi casi di traffico di droga ogni ora’, senza seguire le procedure per un processo equo o senza riguardo per le leggi iraniane in vigore, e in molti casi le numerose condanne a morte sono basate solo su rapporti dell’Ufficio di Intelligence, dell’Unità di Intelligence IRGC o dell’Unità di Intelligence della polizia, o con confessioni estorte ai sospetti tramite gravi torture fisiche per lo più all’interno di centri di detenzione della polizia. La maggior parte se non tutte le condanne a morte relative a casi di traffico di droga giudicati dal Tribunale Rivoluzionario di Mashad sono emesse alla fine di processi che durano solo ‘minuti’, senza la presenza di avvocati scelti dall’imputato o nominati dal tribunale, condanne che sono tutte confermate ed eseguite nel giro di pochi mesi”, ha detto una fonte locale della Campagna. “In molti casi, le condanne a morte di cittadini stranieri, per lo più afghani, sono emesse senza osservare il diritto di accedere ai servizi consolari. La mancanza di familiarità con la lingua ufficiale della corte, il persiano, impedisce agli imputati di comprendere il caso giudiziario e di rispondere alle domande”, ha aggiunto la fonte.
Iran Human Rights ritiene che una delle ragioni per le esecuzioni di massa segrete a Vakilabad e in altre carceri è il loro sovraffollamento. Secondo i dati ufficiali, ci sono circa 600.000 detenuti nelle carceri iraniane. Le fonti di IHR stimano che ci sono 20.000 prigionieri a Vakilabad, anche se il carcere ha la capacità di ospitarne solo 4.000. Secondo testimoni oculari, in alcuni reparti i detenuti devono dormire sulle scale e nei corridoi. La situazione è simile in molte altre prigioni iraniane, e sembra che l’esecuzione di massa di prigionieri nel braccio della morte sia una delle soluzioni che le autorità iraniane hanno trovato per risolvere il problema. Secondo notizie non confermate, ci potrebbero essere fino a 3.000 prigionieri nella prigione di Vakilabad a rischio di esecuzione nei prossimi mesi.
Ci sono state anche segnalazioni di esecuzioni segrete e senza preavviso in altre 15 prigioni iraniane. La maggior parte delle segnalazioni è pervenuta dalle carceri della zona di Teheran/Karaj: Evin, Ghezel Hesar e Rajai Shahr.
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e che queste pratiche vieta.
Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste con maschi e femmine insieme o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite sulla pubblica piazza come “lezione per chi guarda”.
Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo la prima elezione di Mahmoud Ahmadinejad, il quale già durante il suo mandato di sindaco di Teheran inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori. Le autorità iraniane hanno iniziato pattugliamenti di polizia nella capitale per arrestare le donne vestite in un modo giudicato sconveniente. I sostenitori della linea dura dicono che un velo inappropriato è una “questione di sicurezza” e che una “moralità spregiudicata” mette in pericolo l’essenza della Repubblica Islamica.
La versione iraniana del “prezzo del sangue” (Diya) stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”. Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente corrisponde a oltre 442 milioni di rial (circa 36.000 dollari). Il “prezzo del sangue” per la vita di una donna però continuerà a essere la metà di quello per la vita di un uomo.
Le autorità iraniane hanno sempre sostenuto di “non poter rifiutare alla famiglia della persona uccisa il diritto legale di reclamare il qisas, il principio cioè dell’occhio per occhio”. La qisas è probabilmente il solo diritto che il popolo iraniano può legittimamente rivendicare.
Tuttavia, il codice penale iraniano esenta, tra le altre, le seguenti persone dal qisas: musulmani, seguaci di religioni riconosciute e “persone protette” che uccidano seguaci di religioni non riconosciute o “persone non protette” (art. 310). Ciò riguarda, in particolare, i membri della fede Bahai, che non è riconosciuta come una religione, secondo la legge iraniana. Se un Bahai viene ucciso, la famiglia non riceve il prezzo del sangue e l’autore del reato è esentato dal qisas.
Il 28 aprile 2014, il Procuratore Generale iraniano, Gholam Hossein Mohseni Ejeie, ha detto che il pagamento del “prezzo del sangue” ha risparmiato dall’esecuzione 358 iraniani nell’ultimo anno iraniano, dal marzo 2013 al marzo 2014, ha riportato l’agenzia di stampa FARS. Nell’aprile 2014, i media iraniani hanno pubblicato diversi casi di “prezzo del sangue”. Quello più noto ha riguardato un assassino identificato solo come Balal, raffigurato in molte foto bendato e con il cappio al collo. Ha evitato l’impiccagione all’ultimo minuto, quando la madre della sua vittima l’ha perdonato e gli ha dato solo uno schiaffo sul viso come punizione. Il denaro nel caso di Balal, pari a 3 miliardi di rial (90.000 dollari) era stato raccolto grazie ai proventi della proiezione speciale di un film. Dopo quello di Balal, i media iraniani hanno riportato diversi altri casi in cui la famiglia della vittima ha perdonato l’assassino all’ultimo minuto, in uno dei quali un condannato è stato graziato dopo essere rimasto appeso alla forca per alcuni minuti. Un altro evento di raccolta fondi è stato la proiezione di un film intitolato “Sensitive Floor”, che si è svolto il 27 aprile con attori e artisti famosi. Gli organizzatori sono riusciti a raccogliere 7 miliardi di ryal (200.000 dollari), come prezzo del sangue necessario per salvare tre condannati a morte.
Alcuni osservatori sono convinti che sia stata messa in opera una campagna pubblicitaria concertata e che il regime stia già beneficiando dell’ondata di perdono perché “mostra un volto più umano dell’Iran”. Ma gioca il suo ruolo anche il denaro. Abdolsamad Khoramshahi, un noto avvocato iraniano che ha rappresentato diversi condannati per omicidio, ha detto che ciò che i media chiamano un’ondata di perdono sia in realtà un “business”. “Sulla base delle informazioni che ho su alcuni casi, devo dire che gran parte delle riconciliazioni in base al Qisas (retribuzione) stanno avvenendo in cambio di ingenti somme di denaro sborsate dalle famiglie dei condannati”, ha dichiarato Khoramshahi in un’intervista con fararu.com dei primi di luglio 2014. Il 22 gennaio 2014, tre Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno chiesto all’Iran di fermare subito le esecuzioni. “Siamo sgomenti per la continua applicazione della pena di morte con allarmante frequenza da parte delle autorità”, ha dichiarato Christof Heyns, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziarie, sommarie e arbitrarie. Heyns ha aggiunto che Teheran sta procedendo con esecuzioni che non raggiungono la soglia dei “reati più gravi”, come richiesto dal diritto internazionale. Da parte sua, lo Special Rapporteur sulla situazione dei diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed, ha espresso preoccupazione anche per l’aumento delle esecuzioni di attivisti politici e di persone appartenenti a gruppi etnici minoritari. “L’esecuzione continua di individui che hanno esercitato i loro diritti di riunione, associazione e appartenenza a gruppi minoritari viola principi universalmente accettati e norme sui diritti umani.” Gli Special Rapporteur hanno ribadito all’Iran di accogliere la richiesta della comunità internazionale di moratoria delle esecuzioni, “soprattutto nei casi relativi ad attivisti politici e presunti reati di droga”. L’appello dei due esperti è stato condiviso anche dallo Special Rapporteur dell’ONU sulla tortura e altri trattamenti o punizioni inumane o degradanti, Juan E. Méndez.
Il 7 marzo 2014, il capo del Consiglio per i Diritti Umani della magistratura, Mohammad Javad Larijani, ha dichiarato invece che l’incremento delle esecuzioni capitali nella Repubblica Islamica dovrebbe essere considerato come un “indicatore positivo dei successi iraniani” e il mondo dovrebbe considerarle come “un grande servizio reso all’umanità”.
L’11 marzo 2014, in una relazione al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha condannato il forte aumento delle esecuzioni registrato in Iran dopo l’elezione di Hassan Rohani e ha chiesto il rilascio di attivisti, avvocati e giornalisti, così come dei prigionieri politici incarcerati per aver esercitato il loro diritto alla libertà di parola e di riunione. “La nuova amministrazione non ha fatto alcun miglioramento significativo nella promozione e nella tutela della libertà di espressione e di opinione, nonostante le promesse fatte dal Presidente durante la sua campagna elettorale e dopo il suo insediamento”, ha dichiarato Ban, il quale ha aggiunto che la maggior parte delle esecuzioni in Iran è relativa a reati di droga, ma che tra quelli messi a morte vi sono anche prigionieri politici e appartenenti a minoranze etniche. “Il nuovo Governo non ha cambiato il suo approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte e sembra aver seguito la prassi delle amministrazioni precedenti, che si basava molto sulla pena di morte per combattere la criminalità”, ha detto Ban.
Il 18 dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una Risoluzione che esprime profonda preoccupazione per l’"allarmante frequenza" dell'uso della pena di morte in Iran, tra cui le esecuzioni pubbliche, le esecuzioni di gruppo segrete e la pratica della pena di morte nei confronti di minori e persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni, in violazione degli obblighi della Repubblica Islamica verso la Convenzione sui Diritti del Fanciullo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Le Nazioni Unite hanno inoltre condannato l'imposizione della pena di morte per reati che non hanno una definizione precisa ed esplicita, tra cui Moharebeh (inimicizia contro Dio), e per reati che non si qualificano come i crimini più gravi, in violazione del diritto internazionale. La Risoluzione ha anche criticato l'uso della tortura e di trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, tra cui la fustigazione e l'amputazione.
Il 18 dicembre 2014, l’Iran ha nuovamente votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
La pena di morte è prevista per omicidio, rapina a mano armata, stupro, blasfemia, apostasia, rapimento, tradimento, spionaggio, terrorismo, reati economici, reati militari, cospirazione contro il Governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga.
La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio. Secondo le stesse autorità, che però non forniscono statistiche ufficiali, molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma è opinione di osservatori sui diritti umani che molti di quelli giustiziati per reati comuni, in particolare per droga, possano essere in realtà oppositori politici. La legge islamica (art. 179 della Legge sulle Punizioni Islamiche) vieta l’uso di bevande alcoliche che è punito con la fustigazione e anche con la pena di morte per chi viola questa disposizione per tre volte.
L’impiccagione è il metodo preferito con cui è applicata la Sharia in Iran. L’impiccagione in versione iraniana avviene di solito tramite delle gru o piattaforme più basse per assicurare una morte più lenta e dolorosa. Come cappio è usata una robusta corda oppure un filo d’acciaio che viene posto intorno al collo in modo da stringere la laringe provocando un forte dolore e prolungando il momento della morte. L’impiccagione è spesso combinata a pene supplementari come la fustigazione e l’amputazione degli arti prima dell’esecuzione.
Nel luglio 2011, in seguito alla “Campagna sulle Gru” lanciata dal gruppo Uniti Contro l’Iran Nucleare (UANI), la Tadano, una società giapponese che produce gru, ha comunicato di non voler più stipulare contratti con il governo iraniano dopo aver saputo che i suoi prodotti sono usati in Iran per le esecuzioni pubbliche. Nell’agosto 2011, un altro produttore di gru giapponese, UNIC, ha annunciato la fine della sua attività in Iran, unendosi alla Tadano e alla Terex che si erano già ritirate dal commercio con l’Iran in seguito alla Campagna sulle Gru della UANI.
Nell’aprile 2013, il Consiglio dei Guardiani dell’Iran, il potente corpo di religiosi e giuristi islamici che controlla l’attività parlamentare e certifica che corrisponda alla legge della Sharia, ha reinserito la lapidazione in una precedente versione del nuovo codice penale che l’aveva omessa come pena esplicita per l’adulterio.
Nel febbraio 2013, il portavoce della Commissione Giustizia del Parlamento iraniano, Mohammad Ali Esfenani, aveva detto ai giornalisti che la pena della lapidazione era stata cancellata dal codice penale per la sua immagine negativa a livello internazionale. “Sulla scena internazionale alcuni hanno una visione molto parziale della lapidazione e la utilizzano contro l’Iran. Hanno fatto sì che sia considerata una violazione dei diritti umani”, ha detto Esfenani, che ha aggiunto: “La lapidazione è stata rimossa solo dalla legge, ma esiste ancora nella Sharia e non può essere rimossa dalla Sharia”.
Comunque, il progetto di codice penale come modificato dai Guardiani identifica ora esplicitamente la lapidazione come una forma di punizione per le persone condannate per adulterio, la relazione sessuale di una persona sposata consumata fuori dal matrimonio.
Ai sensi dell’articolo 132, comma 3, della nuova versione del codice penale, un uomo o una donna possono essere lapidati a morte per relazioni extraconiugali reiterate. Inoltre, in base all’articolo 225, se un tribunale e il capo della magistratura stabiliscono che in un caso particolare “non è possibile” effettuare la lapidazione, la persona può essere giustiziata con un altro metodo, sempre che le autorità abbiano dimostrato il reato in base a testimonianze oculari o alla confessione dell’imputato. L’articolo non spiega cosa si intenda per “casi in cui la lapidazione non è possibile”.
Il nuovo codice prevede inoltre che i tribunali che condannino gli imputati di adulterio in base al libero “convincimento del giudice”, una formula notoriamente vaga e soggettiva che permette la condanna in assenza di prove concrete, possono imporre la punizione corporale di 100 frustate invece della lapidazione. La pena per le persone condannate per fornicazione, il sesso al di fuori del matrimonio di una persona non sposata, è di 100 frustate.
In caso di lapidazione, il condannato viene avvolto da capo a piedi in un sudario bianco e interrato (la donna fino alle ascelle, l’uomo fino alla vita); un carico di pietre viene portato sul luogo e funzionari incaricati o in alcuni casi semplici cittadini autorizzati dalle autorità, compiono l’esecuzione.
L’art. 104 del Codice Penale stabilisce che “le pietre non devono essere così grandi da provocare la morte con uno o due colpi”, in modo che la morte sia lenta e dolorosa. Se il condannato riesce in qualche modo a sopravvivere, resterà imprigionato per almeno 15 anni, ma non verrà giustiziato.
L’Iran ha il tasso di lapidazioni più alto al mondo, ma nessuno sa con certezza quante persone siano state lapidate.
In base a una lista compilata dalla Commissione Diritti Umani del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, almeno 150 persone sono state lapidate dal 1980. I numeri su riportati sono molto probabilmente inferiori ai dati reali, sia perché la maggior parte delle condanne alla lapidazione è stabilita segretamente sia perché è precluso l’accesso alle informazioni in molte prigioni dell’Iran. Shadi Sadr, un avvocato iraniano difensore dei diritti umani che ha rappresentato cinque persone condannate alla lapidazione, ha detto che l’Iran ha effettuato lapidazioni segrete nelle carceri, nel deserto o la mattina molto presto nei cimiteri.
Nel 2013 e nei primi sei mesi del 2014, non risulta siano state eseguite in Iran condanne a morte tramite lapidazione. Comunque, attualmente, ci sono in carcere almeno 11 persone con sentenza di lapidazione, secondo l’avvocato Shadi Sadr. Alcuni di questi casi sono ancora sotto revisione e potrebbero anche essere emesse delle sentenze diverse.
L’approvazione nel 2013 del nuovo codice penale islamico porta a più pene capitali anche per apostasia. La Costituzione iraniana afferma che l’Islam sciita è la religione ufficiale dello Stato. Prevede che “le altre denominazioni islamiche siano pienamente rispettate” e riconosce ufficialmente solo tre gruppi religiosi non islamici – zoroastriani, cristiani ed ebrei – come minoranze religiose. Anche se la Costituzione tutela i diritti dei seguaci di queste tre religioni a praticare liberamente, il Governo ha imposto restrizioni legali sul proselitismo. Convertire un musulmano al Cristianesimo o ad altra religione è considerato un crimine capitale, mentre ai cristiani è permesso convertirsi all’Islam. Convertiti al Cristianesimo sono spesso tormentati, perseguitati e costretti a riunirsi clandestinamente in chiese domestiche, mentre i missionari cristiani sono di solito espulsi dal Paese e a volte incarcerati per aver distribuito Bibbie o altro materiale religioso.
La repressione di quasi tutti i gruppi religiosi non sciiti – in particolare dei Bahai, così come dei Musulmani Sufi, dei Cristiani Evangelici, degli Ebrei e dei gruppi sciiti che non condividono la religione ufficiale del regime – è aumentata significativamente negli ultimi anni. Gruppi bahai e cristiani hanno subito arresti arbitrari, detenzioni prolungate e confisca dei beni. Il regime considera i Bahai apostati e li bolla come una “setta politica”. Il Governo vieta loro di insegnare e praticare la fede e li sottopone a molte forme di discriminazione che altri gruppi religiosi non conoscono. Dalla rivoluzione islamica del 1979, il Governo ha giustiziato più di 200 Bahai.
Negli ultimi anni, la repressione delle minoranze religiose si è intensificata. Numerose chiese sono state distrutte e un certo numero di convertiti dalla religione islamica sono stati arrestati e tenuti in prigione. Secondo la legge della Sharia, la pena per apostasia è la morte, ma l’apostasia non è esplicitamente menzionata nel nuovo codice penale. Tuttavia, la nuova legge rende più facile per i giudici emettere la pena di morte per apostasia in quanto l’Articolo 220 del nuovo codice afferma: “Se la presente legge tace su uno qualsiasi dei casi Hudud, il giudice fa riferimento all’Articolo 167 della Costituzione”. L’Articolo 167 della Costituzione iraniana spiega: “Il giudice è tenuto a tentare di pronunciarsi su ogni singolo caso, sulla base della legge in vigore. In caso di assenza di tale legge, deve emettere il suo giudizio sulla base di fonti ufficiali islamiche e fatwa autentiche. Con il pretesto del silenzio o carenza della legge in materia, o della sua brevità o natura contraddittoria, [il giudice] non può astenersi dall’ammettere ed esaminare il caso e stabilire la sua sentenza”. Il riferimento all’Articolo 167 era in precedenza presente nel codice civile ma ora è anche incluso nella legge penale.
Inoltre, nel nuovo Codice Penale Islamico approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell’aprile 2013, il termine “omosessuale” è presentato come un dato di rilevanza penale anche per le relazioni tra uomini, mentre prima era riferito solo a quelle tra donne. In ogni caso, i rapporti sessuali tra due individui dello stesso sesso continuano a essere considerati crimini Hudud e soggetti a punizioni da cento frustate fino all’esecuzione. Secondo l’articolo 233 del nuovo codice, la persona che ha svolto un ruolo attivo (nella sodomia) sarà frustata 100 volte se il rapporto sessuale era consensuale e non era sposata, ma quella che ha giocato un ruolo passivo sarà condannata a morte a prescindere dal suo status matrimoniale. Se la parte attiva è un non-musulmano e la parte passiva un musulmano, entrambi saranno condannati a morte. In base agli articoli 236-237, gli atti omosessuali (tranne che per sodomia) saranno puniti con 31-99 frustate (sia per gli uomini che per le donne). Secondo l’articolo 238, la relazione omosessuale tra donne in cui vi è contatto tra i loro organi sessuali sarà punita con 100 frustate.
Nel gennaio 2008, l’allora capo dell’apparato giudiziario, Ayatollah Mahmud Hashemi Shahroudi, aveva deciso di autorizzare esecuzioni pubbliche solo “in base a esigenze di carattere sociale”. In effetti, dopo il decreto di Shahroudi, le esecuzioni effettuate sulla pubblica piazza sono diminuite. Nel 2008 sono state almeno 30, di cui 16 avvenute dopo l’annuncio del decreto, e nel 2009 sono state ufficialmente impiccate in luoghi pubblici solo 12 persone. Nel 2007 erano state almeno 110.
Ma dopo le proteste di piazza contro le elezioni truffa del 2009, il numero di esecuzioni pubbliche in Iran è aumentato drammaticamente. Secondo Iran Human Rights, nel 2012 sono state almeno 60, un numero sei volte superiore rispetto al 2009, quando almeno 12 persone sono state impiccate in luoghi pubblici. Nel 2010, almeno 19 persone sono state impiccate pubblicamente. Nel 2011, le esecuzioni pubbliche sono più che triplicate, con almeno 65 persone impiccate in pubblico. La tendenza è proseguita nel 2013: il numero delle esecuzioni nel 2013 in Iran è stato il più alto in più di 15 anni.
L’elezione di Hassan Rouhani come Presidente della Repubblica Islamica il 14 giugno 2013 ha portato molti osservatori, alcuni difensori dei diritti umani e la comunità internazionale a essere ottimisti. Tuttavia, il nuovo Governo non ha cambiato il suo approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte; anzi, il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato a partire dall’estate del 2013.
Nel 2014 sono state effettuate almeno 800 esecuzioni, un 16,5% in più rispetto alle 687 del 2013: 290 esecuzioni (36%) sono state riportate da fonti ufficiali iraniane (siti web della magistratura, televisione nazionale, agenzie di stampa e giornali statali); 510 casi (64%) inclusi nei dati del 2014 sono stati segnalati da fonti non ufficiali (organizzazioni non governative per i diritti umani o altre fonti interne iraniane). Il numero effettivo delle esecuzioni è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel Rapporto annuale di Nessuno tocchi Caino.
Secondo Iran Human Rights (IHR), nel 2014 sono state effettuate almeno 753 esecuzioni, di cui 291 riportate da fonti ufficiali iraniane. Anche Iran Human Rights sottolinea che il numero effettivo delle esecuzioni in Iran è probabilmente molto superiore ai dati forniti nel suo rapporto annuale.
Secondo l’Iran Human Rights Documentation Center (IHRDC), nel 2014, la Repubblica islamica ha effettuato almeno 721 esecuzioni, 268 dei quali riferite da fonti ufficiali iraniane.
Delle persone giustiziate di cui fonti ufficiali iraniane hanno dato notizia nel 2014, solo una parte è stata identificata con nome e cognome, e ancora più ridotta è la parte di coloro di cui è stata resa nota l’età e la data del reato. Molti dei giustiziati sono stati processati in dibattimenti a porte chiuse.
I reati che hanno motivato le condanne a morte sono così suddivisi in termini di frequenza: traffico di droga (371 esecuzioni, di cui 125 ufficiali); omicidio (247, di cui 119 ufficiali); stupro (32, di cui 30 ufficiali); reati non violenti e di natura politica (32, di cui 8 ufficiali); moharebeh (fare guerra a Dio), rapina e “corruzione in terra” (31, di cui 11 ufficiali). In almeno 100 altri casi, non sono stati specificati i reati per i quali i detenuti sono stati trovati colpevoli.
Invece, le esecuzioni di minorenni sono raddoppiate nel 2014, fatto che pone l’Iran in aperta violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo che pure ha ratificato. Sono stati giustiziati almeno 17 presunti minorenni al momento del fatto (15 per casi di omicidio, di cui 3 riportati da fonti ufficiali; 2 per reati legati alle droghe). Un presunto minorenne al momento del reato era stato giustiziato in pubblico a marzo 2012, secondo Amnesty International. Altri due minori al momento del fatto erano stati giustiziati nel 2013, uno a gennaio e l’altro a febbraio. Almeno 4 persone erano state impiccate nel 2011, dopo essere state condannate per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Nel 2010, erano stati giustiziati almeno 2 minorenni e almeno 5 nel 2009.
In base alla legge iraniana, le femmine di età superiore a nove anni e i maschi con più di quindici anni sono considerati adulti e, quindi, possono essere condannati a morte, anche se le esecuzioni sono normalmente effettuate al compimento del diciottesimo anno d’età.
A seguito delle richieste della comunità internazionale, rimaste inascoltate per anni, di sospendere tutte le esecuzioni di persone condannate per crimini commessi da minorenni, il regime dei Mullah ha annunciato una parziale e, di fatto, ininfluente revisione di una pratica che, anche su questo, pone l’Iran fuori dalla comunità internazionale.
Il regime iraniano ha dato ad intendere che il nuovo codice penale – approvato nella sua ultima versione dal Consiglio dei Guardiani nell’aprile 2013 – abolisce la pena di morte per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni. Tuttavia, ai sensi degli articoli 145 e 146 del nuovo codice penale, l’età della responsabilità penale è ancora quella della “pubertà”, cioè nove anni lunari per le ragazze e quindici anni lunari per i ragazzi. Quindi, l’età della responsabilità penale non è cambiata affatto nel nuovo codice penale.
In base all’articolo 87 del nuovo codice, la sentenza di morte è stata rimossa per i minori solo nel caso di reati Ta’zir, la cui pena non è specificata nella Sharia e può essere inflitta a discrezione del giudice come, ad esempio, per reati di droga. Secondo la stessa legge, però, una condanna a morte può ancora essere applicata per un minore di 18 anni se ha commesso altri due tipi di reati, la cui pena è esplicitamente prevista dalla Sharia: i reati Hudud, come sodomia, stupro, fornicazione, apostasia, consumo di alcool per la quarta volta, moharebeh (fare guerra a Dio) e “diffondere la corruzione sulla terra”, reati che l’autorità pubblica ha l’obbligo di punire; i reati Qisas, che attengono invece ai “diritti privati” come l’omicidio, da trattare come una controversia tra l’assassino e gli eredi della vittima, i quali hanno il diritto di esigere l’esecuzione dell’omicida (Qisas), concedergli il perdono o chiedere un risarcimento in denaro (Diya).
Infatti, l’Articolo 90 del nuovo codice penale stabilisce che individui legalmente “maturi” minori di diciotto anni (ad esempio, i ragazzi tra i quindici e i diciotto anni e le ragazze di età compresa tra nove e diciotto) che sono condannati per crimini Hudud e Qisas possono essere esenti da condanne per adulti, tra cui la pena di morte, solo se è accertato che non erano mentalmente maturi e sviluppati al momento del reato e non potevano riconoscere e apprezzare la natura e le conseguenze delle loro azioni. Quindi, questo articolo conferisce ai giudici il potere discrezionale di decidere se un bambino ha capito la natura del reato e, pertanto, se può essere condannato a morte.
L’applicazione della pena di morte con condanne ed esecuzioni per fatti non violenti o di natura essenzialmente politica è continuata in Iran anche nel 2012 e nel 2013. Nel 2014, almeno 32 persone sono state impiccate, di cui 1 per eresia, 2 per sodomia. Ma è probabile che molti altri giustiziati per reati comuni o per “terrorismo” erano in realtà oppositori politici, in particolare appartenenti alle varie minoranze etniche iraniane, tra cui azeri, curdi, baluci e ahwazi. Accusati di essere mohareb, cioè nemici di Allah, gli arrestati sono di solito sottoposti a un processo rapido e severo che si risolve spesso con la pena di morte. Oltre alla morte, la punizione per Moharebeh è l’amputazione della mano destra e del piede sinistro, secondo il codice penale iraniano. In questi casi, le esecuzioni sono spesso effettuate in segreto, senza che siano informati gli avvocati o i familiari. Tuttavia, tra i condannati a morte o giustiziati per Moharebeh e/o "corruzione sulla terra", molti non erano direttamente coinvolti in atti di violenza. Alcuni di loro erano dissidenti politici, membri di gruppi fuorilegge o appartenenti alle minoranze etniche e religiose iraniane.
Nel dicembre 2010 è entrata in vigore una versione aggiornata della legge anti-droga che estende la pena di morte al possesso di altri tipi di sostanze illegali, ad esempio la metamfetamina.
Le persone imputate di traffico di droga sono state condannate a morte dai tribunali rivoluzionari in processi condotti a porte chiuse e, spesso, senza un’adeguata difesa legale. Poiché la stragrande maggioranza delle persone giustiziate per droga non sono identificate con nome e cognome, non è possibile confermare le accuse. Osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.
Negli ultimi anni diverse organizzazioni per i diritti umani hanno esortato l’Ufficio delle Nazioni Unite contro le Droghe e il Crimine (UNODC) e i Paesi donatori a smettere di contribuire indirettamente all’incremento delle esecuzioni in Iran. La Danimarca, l'Irlanda e il Regno Unito hanno tutti scelto di ritirare il loro sostegno alle operazioni antidroga iraniane amministrate dall’UNODC a causa delle preoccupazioni che questo finanziamento stesse consentendo l'esecuzione di presunti trafficanti di droga. Quando hanno annunciato la loro decisione in tal senso, la Danimarca e l’Irlanda hanno pubblicamente riconosciuto che le donazioni stavano portando a esecuzioni capitali. Il 9 aprile 2013, i giornali danesi hanno riportato che la Danimarca aveva deciso di tagliare il suo contributo al programma anti-droga dell’Iran. “La Danimarca ha negli ultimi due anni versato cinque milioni di dollari ogni anno per il programma di lotta alla droga in Iran”, ha reso noto il quotidiano danese Politiken. “Durante lo stesso periodo, le autorità iraniane hanno messo a morte centinaia di persone per presunti reati di droga e su questa base il Ministro per lo Sviluppo Christian Friis Bach (Radikale) ha deciso di sospendere immediatamente il sostegno al programma”, ha riferito Politiken. “E’ un segnale all’Iran che l’uso della pena di morte è inaccettabile e che in nessun modo noi vogliamo sostenerlo”, ha detto il Ministro.
Ma la leadership dell’UNODC non sembra essere affatto infastidita dal fatto che i suoi fondi siano utilizzati dalle autorità iraniane per impiccare “condannati per droga” a un ritmo così devastante.
L’11 marzo 2014, il capo dell’agenzia ONU contro la droga ha elogiato la lotta dell’Iran contro il narcotraffico, nonostante l’aumento delle esecuzioni nel Paese, molte delle quali per reati legati alla droga. Yury Fedotov, Direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), ha detto che l’agenzia si oppone alla pena di morte, “ma dall’altra parte, l’Iran svolge un ruolo molto attivo nella lotta contro le droghe illecite”. Nel 2012, l’Iran ha sequestrato 388 tonnellate di oppio, l’equivalente del 72 per cento di tutti i sequestri nel mondo. “E’ molto impressionante”, ha detto Fedotov ai giornalisti prima dell’incontro internazionale a Vienna del 13-14 marzo sugli sforzi globali per combattere gli stupefacenti. Fedotov ha detto chiaro che l’UNODC non sta prendendo in considerazione di arrestare il sostegno all’Iran. “Non credo che la comunità internazionale debba acconsentire a questo perché significherebbe, come possibile reazione da parte dell’Iran, che tutte queste enormi quantità di droga, che ora sono sequestrate dagli iraniani, inonderebbero liberamente l’Europa.”
Il 18 novembre 2014, il Ministro della Giustizia iraniano Mostafa Pourmohammadi si è scagliato contro i cosiddetti difensori occidentali dei diritti umani per la loro avversione a punire i trafficanti di droga in Iran. "Non accettiamo le prese di posizione degli organismi ONU per i diritti umani secondo cui i condannati per droga non devono essere giustiziati", ha detto Pourmohammadi, il quale ha ribadito che chi traffica e spaccia droga merita di essere impiccato.
Il 4 dicembre 2014, in un'intervista in lingua inglese con Sanam Shantyaei di France 24, Mohammad Javad Larijani, segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, ha dichiarato che l'Iran sta cercando di mettere fine alla pena di morte per i casi legati alla droga, che comportano l'80% delle esecuzioni nel Paese. "Nessuno è felice di vedere un numero di esecuzioni così elevato. Ed è una storia triste avere tutta questa criminalità connessa alla droga”, ha detto Javad Larijani, il quale ha continuato dicendo: "Ci stiamo battendo per cambiare la legge sulla droga. Se avremo successo, se la legge verrà approvata dal Parlamento, quasi l'80% delle esecuzioni svanirà. Questa è una grande novità per noi, indipendentemente dalle critiche dell’Occidente". Le sue dichiarazioni sono state raccolte e tradotte dall’agenzia ufficiale in lingua persiana FARS. Pur non parlando esplicitamente come Javad Larijani, anche l’Ayatollah Sadegh Larijani, fratello di Javad Larijani e capo della magistratura iraniana, ha parlato della necessità di cambiare le leggi sulla droga. Nel corso di una riunione di funzionari giudiziari svoltasi il 2 dicembre, ha detto: "Sulla questione della droga e del traffico, appare evidente che abbiamo bisogno di un cambiamento della normativa, perché l'obiettivo finale della legge dovrebbe essere l’attuazione della giustizia, mentre in realtà questo obiettivo spesso non è realizzato”. Secondo il giornale conservatore Etelaat, Sadegh Larijani non ha difeso la linea morbida sul traffico di droga. Ha detto che i trafficanti di droga devono essere "trattati severamente", pur ammettendo che "purtroppo, oggi, per quanto riguarda la droga e le leggi sulla droga, vediamo che queste leggi non hanno alcun impatto”. Non è la prima volta che la magistratura iraniana propone di modificare le punizioni per i reati di droga, o almeno di modificare la loro modalità di applicazione. Nel mese di maggio 2014, il vice capo della magistratura iraniana Gholam-Ali Mohseni-Ejei, parlando in qualità di massimo procuratore del Paese, ha detto in una riunione del Consiglio Superiore per i Diritti Umani in Iran: "Purtroppo, l'alto numero di esecuzioni in questo Paese è legato al traffico di droga e alle pesanti sanzioni per questo reato. Se, nel rispetto delle leggi vigenti, possiamo rivedere in modo tale da aiutare i funzionari dei servizi segreti a punire i responsabili di queste reti di trafficanti, e per il resto, riconsiderare [le punizioni], gli obiettivi del sistema possono essere meglio realizzati”.
Il 18 dicembre 2014, in una lettera pubblica, sei gruppi per i diritti umani – Reprieve, Human Rights Watch, Iran Human Rights, la Coalizione mondiale contro la pena di morte, Harm Reduction International e la Fondazione Boroumand Abdorrahman – hanno espresso la preoccupazione che il perdurante sostegno dell’UNODC alle operazioni antidroga iraniane stesse "attribuendo legittimità" alle esecuzioni per reati di droga. In base ai documenti dell'agenzia ONU, l’UNODC ha dato più di 15 milioni di dollari per "il sostegno delle operazioni di controllo" della polizia anti-droga iraniana, il finanziamento della formazione specialistica, l'intelligence, camion, body scanner, occhiali per la visione notturna, unità cinofile per la rilevazione di droga, basi e uffici di sorveglianza delle frontiere, hanno detto i gruppi. I progetti dell’UNODC in Iran hanno riportato indicatori di performance come "un aumento dei sequestri di droga e una migliore capacità di intercettare trafficanti" e un “aumento di condanne legate alla droga.”
Le esecuzioni di massa che hanno avuto luogo all’interno delle carceri in tutto il Paese si sono tutte svolte in segreto, in gruppi, senza preavviso e in forma extragiudiziale e arbitraria. Secondo fonti che hanno parlato con l’organizzazione International Campaign for Human Rights in Iran, le esecuzioni di gruppo all’interno del carcere Vakilabad sono svolte mettendo in fila i detenuti in un corridoio a cielo aperto che porta alla sala visite del carcere. Le esecuzioni si svolgono in segreto, senza la conoscenza o la presenza di avvocati e familiari dei prigionieri, che sanno delle avvenute esecuzioni solo uno o più giorni dopo. Gli stessi prigionieri non sono consapevoli della loro esecuzione imminente fino a poche ore prima che sia effettuata.
In Iran, dove pure non esiste segreto di Stato sulla pena di morte, le autorità non rilasciano statistiche sulla sua pratica, tutti i nomi delle centinaia di giustiziati ogni anno e i reati per i quali sono stati condannati. Le sole informazioni disponibili sulle esecuzioni sono tratte da notizie selezionate dal regime e uscite su media statali o da fonti ufficiose o indipendenti che evidentemente non possono riportare tutti i fatti.
La trasparenza del sistema iraniano e l’informazione sulla pratica reale della pena di morte sono diventate ancora più opache dopo che, il 14 settembre 2008, nel tentativo di arginare le proteste internazionali, le autorità iraniane hanno vietato ai giornali del Paese di pubblicare notizie relative a esecuzioni capitali, in particolar modo di minorenni.
Fonti della Campagna hanno anche detto che queste condanne a morte sono di norma emesse alla fine di processi spesso di soli pochi minuti e che gli imputati sono privati di un giusto processo. Tali modalità pongono queste esecuzioni nella categoria delle esecuzioni extragiudiziali e arbitrarie.
“Una piccola sezione del Tribunale Rivoluzionario di Mashad esamina ‘diversi casi di traffico di droga ogni ora’, senza seguire le procedure per un processo equo o senza riguardo per le leggi iraniane in vigore, e in molti casi le numerose condanne a morte sono basate solo su rapporti dell’Ufficio di Intelligence, dell’Unità di Intelligence IRGC o dell’Unità di Intelligence della polizia, o con confessioni estorte ai sospetti tramite gravi torture fisiche per lo più all’interno di centri di detenzione della polizia. La maggior parte se non tutte le condanne a morte relative a casi di traffico di droga giudicati dal Tribunale Rivoluzionario di Mashad sono emesse alla fine di processi che durano solo ‘minuti’, senza la presenza di avvocati scelti dall’imputato o nominati dal tribunale, condanne che sono tutte confermate ed eseguite nel giro di pochi mesi”, ha detto una fonte locale della Campagna. “In molti casi, le condanne a morte di cittadini stranieri, per lo più afghani, sono emesse senza osservare il diritto di accedere ai servizi consolari. La mancanza di familiarità con la lingua ufficiale della corte, il persiano, impedisce agli imputati di comprendere il caso giudiziario e di rispondere alle domande”, ha aggiunto la fonte.
Iran Human Rights ritiene che una delle ragioni per le esecuzioni di massa segrete a Vakilabad e in altre carceri è il loro sovraffollamento. Secondo i dati ufficiali, ci sono circa 600.000 detenuti nelle carceri iraniane. Le fonti di IHR stimano che ci sono 20.000 prigionieri a Vakilabad, anche se il carcere ha la capacità di ospitarne solo 4.000. Secondo testimoni oculari, in alcuni reparti i detenuti devono dormire sulle scale e nei corridoi. La situazione è simile in molte altre prigioni iraniane, e sembra che l’esecuzione di massa di prigionieri nel braccio della morte sia una delle soluzioni che le autorità iraniane hanno trovato per risolvere il problema. Secondo notizie non confermate, ci potrebbero essere fino a 3.000 prigionieri nella prigione di Vakilabad a rischio di esecuzione nei prossimi mesi.
Ci sono state anche segnalazioni di esecuzioni segrete e senza preavviso in altre 15 prigioni iraniane. La maggior parte delle segnalazioni è pervenuta dalle carceri della zona di Teheran/Karaj: Evin, Ghezel Hesar e Rajai Shahr.
Non c’è solo la pena di morte, secondo i dettami della Sharia iraniana, ci sono anche torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane e degradanti. Non si tratta di casi isolati e avvengono in aperto contrasto con il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici che l’Iran ha ratificato e che queste pratiche vieta.
Migliaia di ragazzi subiscono ogni anno frustate per aver bevuto alcolici o aver partecipato a feste con maschi e femmine insieme o per oltraggio al pubblico pudore. Le autorità iraniane considerano le frustate una punizione adeguata per combattere comportamenti ritenuti immorali e insistono perché siano eseguite sulla pubblica piazza come “lezione per chi guarda”.
Il regime si è abbattuto in particolare nei confronti delle donne. La loro segregazione ha avuto un’accelerazione dopo la prima elezione di Mahmoud Ahmadinejad, il quale già durante il suo mandato di sindaco di Teheran inaugurò la separazione di donne e uomini negli ascensori. Le autorità iraniane hanno iniziato pattugliamenti di polizia nella capitale per arrestare le donne vestite in un modo giudicato sconveniente. I sostenitori della linea dura dicono che un velo inappropriato è una “questione di sicurezza” e che una “moralità spregiudicata” mette in pericolo l’essenza della Repubblica Islamica.
La versione iraniana del “prezzo del sangue” (Diya) stabilisce che per una vittima donna esso sia la metà di quello di un uomo. Inoltre, se uccide una donna, un uomo non potrà essere giustiziato, anche se condannato a morte, senza che la famiglia della donna abbia prima pagato a quella dell’assassino la metà del suo “prezzo del sangue”. Il 27 dicembre 2003, dopo un verdetto favorevole emesso dal leader supremo Ayatollah Ali Khamenei, è entrata in vigore una legge del Parlamento varata a gennaio che garantisce alle minoranze non musulmane il diritto allo stesso “prezzo del sangue” dei musulmani, che attualmente corrisponde a oltre 442 milioni di rial (circa 36.000 dollari). Il “prezzo del sangue” per la vita di una donna però continuerà a essere la metà di quello per la vita di un uomo.
Le autorità iraniane hanno sempre sostenuto di “non poter rifiutare alla famiglia della persona uccisa il diritto legale di reclamare il qisas, il principio cioè dell’occhio per occhio”. La qisas è probabilmente il solo diritto che il popolo iraniano può legittimamente rivendicare.
Tuttavia, il codice penale iraniano esenta, tra le altre, le seguenti persone dal qisas: musulmani, seguaci di religioni riconosciute e “persone protette” che uccidano seguaci di religioni non riconosciute o “persone non protette” (art. 310). Ciò riguarda, in particolare, i membri della fede Bahai, che non è riconosciuta come una religione, secondo la legge iraniana. Se un Bahai viene ucciso, la famiglia non riceve il prezzo del sangue e l’autore del reato è esentato dal qisas.
Il 28 aprile 2014, il Procuratore Generale iraniano, Gholam Hossein Mohseni Ejeie, ha detto che il pagamento del “prezzo del sangue” ha risparmiato dall’esecuzione 358 iraniani nell’ultimo anno iraniano, dal marzo 2013 al marzo 2014, ha riportato l’agenzia di stampa FARS. Nell’aprile 2014, i media iraniani hanno pubblicato diversi casi di “prezzo del sangue”. Quello più noto ha riguardato un assassino identificato solo come Balal, raffigurato in molte foto bendato e con il cappio al collo. Ha evitato l’impiccagione all’ultimo minuto, quando la madre della sua vittima l’ha perdonato e gli ha dato solo uno schiaffo sul viso come punizione. Il denaro nel caso di Balal, pari a 3 miliardi di rial (90.000 dollari) era stato raccolto grazie ai proventi della proiezione speciale di un film. Dopo quello di Balal, i media iraniani hanno riportato diversi altri casi in cui la famiglia della vittima ha perdonato l’assassino all’ultimo minuto, in uno dei quali un condannato è stato graziato dopo essere rimasto appeso alla forca per alcuni minuti. Un altro evento di raccolta fondi è stato la proiezione di un film intitolato “Sensitive Floor”, che si è svolto il 27 aprile con attori e artisti famosi. Gli organizzatori sono riusciti a raccogliere 7 miliardi di ryal (200.000 dollari), come prezzo del sangue necessario per salvare tre condannati a morte.
Alcuni osservatori sono convinti che sia stata messa in opera una campagna pubblicitaria concertata e che il regime stia già beneficiando dell’ondata di perdono perché “mostra un volto più umano dell’Iran”. Ma gioca il suo ruolo anche il denaro. Abdolsamad Khoramshahi, un noto avvocato iraniano che ha rappresentato diversi condannati per omicidio, ha detto che ciò che i media chiamano un’ondata di perdono sia in realtà un “business”. “Sulla base delle informazioni che ho su alcuni casi, devo dire che gran parte delle riconciliazioni in base al Qisas (retribuzione) stanno avvenendo in cambio di ingenti somme di denaro sborsate dalle famiglie dei condannati”, ha dichiarato Khoramshahi in un’intervista con fararu.com dei primi di luglio 2014. Il 22 gennaio 2014, tre Special Rapporteur delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno chiesto all’Iran di fermare subito le esecuzioni. “Siamo sgomenti per la continua applicazione della pena di morte con allarmante frequenza da parte delle autorità”, ha dichiarato Christof Heyns, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziarie, sommarie e arbitrarie. Heyns ha aggiunto che Teheran sta procedendo con esecuzioni che non raggiungono la soglia dei “reati più gravi”, come richiesto dal diritto internazionale. Da parte sua, lo Special Rapporteur sulla situazione dei diritti umani in Iran, Ahmed Shaheed, ha espresso preoccupazione anche per l’aumento delle esecuzioni di attivisti politici e di persone appartenenti a gruppi etnici minoritari. “L’esecuzione continua di individui che hanno esercitato i loro diritti di riunione, associazione e appartenenza a gruppi minoritari viola principi universalmente accettati e norme sui diritti umani.” Gli Special Rapporteur hanno ribadito all’Iran di accogliere la richiesta della comunità internazionale di moratoria delle esecuzioni, “soprattutto nei casi relativi ad attivisti politici e presunti reati di droga”. L’appello dei due esperti è stato condiviso anche dallo Special Rapporteur dell’ONU sulla tortura e altri trattamenti o punizioni inumane o degradanti, Juan E. Méndez.
Il 7 marzo 2014, il capo del Consiglio per i Diritti Umani della magistratura, Mohammad Javad Larijani, ha dichiarato invece che l’incremento delle esecuzioni capitali nella Repubblica Islamica dovrebbe essere considerato come un “indicatore positivo dei successi iraniani” e il mondo dovrebbe considerarle come “un grande servizio reso all’umanità”.
L’11 marzo 2014, in una relazione al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha condannato il forte aumento delle esecuzioni registrato in Iran dopo l’elezione di Hassan Rohani e ha chiesto il rilascio di attivisti, avvocati e giornalisti, così come dei prigionieri politici incarcerati per aver esercitato il loro diritto alla libertà di parola e di riunione. “La nuova amministrazione non ha fatto alcun miglioramento significativo nella promozione e nella tutela della libertà di espressione e di opinione, nonostante le promesse fatte dal Presidente durante la sua campagna elettorale e dopo il suo insediamento”, ha dichiarato Ban, il quale ha aggiunto che la maggior parte delle esecuzioni in Iran è relativa a reati di droga, ma che tra quelli messi a morte vi sono anche prigionieri politici e appartenenti a minoranze etniche. “Il nuovo Governo non ha cambiato il suo approccio per quanto riguarda l’applicazione della pena di morte e sembra aver seguito la prassi delle amministrazioni precedenti, che si basava molto sulla pena di morte per combattere la criminalità”, ha detto Ban.
Il 18 dicembre 2014, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una Risoluzione che esprime profonda preoccupazione per l’"allarmante frequenza" dell'uso della pena di morte in Iran, tra cui le esecuzioni pubbliche, le esecuzioni di gruppo segrete e la pratica della pena di morte nei confronti di minori e persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni, in violazione degli obblighi della Repubblica Islamica verso la Convenzione sui Diritti del Fanciullo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. Le Nazioni Unite hanno inoltre condannato l'imposizione della pena di morte per reati che non hanno una definizione precisa ed esplicita, tra cui Moharebeh (inimicizia contro Dio), e per reati che non si qualificano come i crimini più gravi, in violazione del diritto internazionale. La Risoluzione ha anche criticato l'uso della tortura e di trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, tra cui la fustigazione e l'amputazione.
Il 18 dicembre 2014, l’Iran ha nuovamente votato contro la Risoluzione per una Moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
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