AFGHANISTAN. CONDANNATO A MORTE IN QUATTRO MINUTI
E’ durato appena quattro minuti il processo in cui un giovane giornalista
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E’ durato appena quattro minuti il processo in cui un giovane giornalista è stato condannato a morte in Afghanistan per blasfemia, lo scorso 22 gennaio.
Lo ha detto al giornale britannico Independent il reporter stesso, il 23enne Pervez Kambaksh, condannato a morte dopo aver scaricato da internet e diffuso un articolo sui diritti delle donne.
La vicenda ha inizio quando alcuni studenti della sua stessa università lo accusano di aver scritto un articolo blasfemo, racconta Pervez nel corso dell’intervista svoltasi nel carcere di Mazar-i-Sharif, in cui si trova detenuto.
Pervez viene quindi interrogato dai docenti di religione dell’università.
Dopo alcuni giorni, gli viene comunicato che i servizi di intelligence vogliono parlargli, tuttavia nella stazione di polizia viene arrestato, il 27 ottobre 2007, e gli viene detto che il provvedimento serve a proteggerlo, dal momento che c’è chi lo minaccia di morte.
Dopo un mese di carcerazione, il giovane reporter viene ufficialmente accusato in tribunale di blasfemia e di altri reati contro l’Islam.
Sul finire dello scorso gennaio, viene portato in un aula di tribunale, poco prima della prevista chiusura. Giudici e pubblico ministero espongono alcuni punti del caso, subito dopo Pervez viene dichiarato colpevole e gli viene comunicata la condanna a morte.
“I giudici sono arrivati alle loro conclusioni senza di me”, ha detto il giovane all’Independent. "Non ho avuto alcuna possibilità di parlare”.
“Quello che hanno chiamato processo, in realtà è durato solo quattro minuti, e si è svolto a porte chiuse”.
All’imputato è stato negato l’accesso ad un avvocato difensore, né ha potuto provvedere da solo alla propria difesa.
Contro la condanna a morte, Pervez ha già presentato appello.
Lo ha detto al giornale britannico Independent il reporter stesso, il 23enne Pervez Kambaksh, condannato a morte dopo aver scaricato da internet e diffuso un articolo sui diritti delle donne.
La vicenda ha inizio quando alcuni studenti della sua stessa università lo accusano di aver scritto un articolo blasfemo, racconta Pervez nel corso dell’intervista svoltasi nel carcere di Mazar-i-Sharif, in cui si trova detenuto.
Pervez viene quindi interrogato dai docenti di religione dell’università.
Dopo alcuni giorni, gli viene comunicato che i servizi di intelligence vogliono parlargli, tuttavia nella stazione di polizia viene arrestato, il 27 ottobre 2007, e gli viene detto che il provvedimento serve a proteggerlo, dal momento che c’è chi lo minaccia di morte.
Dopo un mese di carcerazione, il giovane reporter viene ufficialmente accusato in tribunale di blasfemia e di altri reati contro l’Islam.
Sul finire dello scorso gennaio, viene portato in un aula di tribunale, poco prima della prevista chiusura. Giudici e pubblico ministero espongono alcuni punti del caso, subito dopo Pervez viene dichiarato colpevole e gli viene comunicata la condanna a morte.
“I giudici sono arrivati alle loro conclusioni senza di me”, ha detto il giovane all’Independent. "Non ho avuto alcuna possibilità di parlare”.
“Quello che hanno chiamato processo, in realtà è durato solo quattro minuti, e si è svolto a porte chiuse”.
All’imputato è stato negato l’accesso ad un avvocato difensore, né ha potuto provvedere da solo alla propria difesa.
Contro la condanna a morte, Pervez ha già presentato appello.
— FONTI
- (Fonti: BBC, 25/02/2008)
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