Nessuno tocchi Caino

ARCHIVIO · RAPPORTO ANNUALE

15 LUGLIO 2010

PREFAZIONE al Rapporto 2010

di Sergio D'Elia
Segretario di Nessuno tocchi Caino
 
Dopo diciassette anni di iniziativa internazionale contro la pena di morte, possiamo fare un primo bilancio della “impresa” Nessuno tocchi Caino dalla sua fondazione a oggi. Nel rapporto costo-benefici, emerge con evidenza lo straordinario valore “produttivo” della “società per azioni” (letteralmente!) che abbiamo costituito nel 1993, curata e fatta crescere, un po’ da umili artigiani del diritto e un po’ da formiche operaie, con la teoria di fatti e di persone – “teoria” significa anche questo: serie, concatenazione, processione… – che abbiamo concorso a creare e organizzare.
Il valore dei risultati ottenuti assume ancor maggior rilievo se si considera che Nessuno tocchi Caino non ha mai avuto più di sette persone impegnate a tempo pieno e che su un budget annuale in media di circa 200 mila euro, solo il 30 per cento è stato impegnato in spese di struttura e di personale, essendo il restante 70 per cento destinato esclusivamente a iniziative.
Dal punto di vista politico, intanto, va considerato un fatto, che da solo è valso la decisione di fondare Nessuno tocchi Caino. Negli anni 90, per i media e gli abolizionisti di tutto il mondo, sembrava che la pena di morte esistesse solo negli Stati Uniti e i condannati a morte fossero solo americani. Le campagne abolizioniste e le “azioni urgenti” per tentare di salvarne uno erano rivolte quasi tutte a quella realtà, anche se essa costituiva un’infima, seppur grave, parte del problema. Nulla, invece, per gli assassini – ma anche, spesso, condannati per fatti non violenti, per reati politici o di coscienza – detenuti nei bracci della morte cinesi, iraniani, nord-coreani, vietnamiti.
Uno dei meriti di Nessuno tocchi Caino è stato certamente quello di aver illuminato anche l’altra faccia della pena capitale, quella praticata in Paesi autoritari di cui nessuno sapeva o voleva occuparsi, anche se rappresentava la quasi totalità del problema della pena di morte nel mondo. E lo rappresenta ancora oggi, se consideriamo i dati di questo Rapporto da cui emerge che dei 43 mantenitori della pena capitale 36 sono Paesi illiberali e in 18 di questi, nel 2009, sono state compiute almeno 5.619 esecuzioni, circa il 99 per cento del totale mondiale.
Il successo del 2007 all’ONU della Risoluzione sulla Moratoria universale delle esecuzioni può servire innanzitutto ad affrontare questa realtà e a dare voce, volto, dignità e speranza anche agli “innominati”, agli “infami” della pena di morte, indegni di un articolo sui giornali, di un appello, di un sit-in, di una campagna internazionale. Anche se la soluzione definitiva del problema in molti Paesi, più che nella fine della pena di morte, sta nell’approdo alla democrazia e nella vita del Diritto, senza la quale il diritto alla vita è una mera petizione di principio.
“Lo Stato non può disporre della vita dei suoi cittadini”, è il principio liberale sul quale diciassette anni fa fondammo Nessuno tocchi Caino, e il significato politico, forse, più importante del voto al Palazzo di Vetro nel 2007 è stato di aver segnato un altro passo in avanti verso il superamento del principio ottocentesco della sovranità assoluta dello Stato. Tra il primato della persona, la sovranità dell’individuo su sé stesso, da un lato, e il primato dello Stato, la sovranità assoluta dello Stato sui propri cittadini, dall’altro, le Nazioni Unite con quella Risoluzione hanno scelto di affermare il primo e non il secondo: il primato della persona su quello dello Stato.
Ma non c’è stato solo il successo all’ONU sulla Moratoria, che è stato il momento conclusivo di tre lustri di impegno di Nessuno Tocchi Caino e del Partito Radicale che questo obiettivo hanno storicamente proposto in tutte le sedi internazionali. Dal 1993 a oggi, ben 55 Paesi hanno abbandonato la pratica della pena di morte, 17 dei quali lo hanno fatto negli ultimi tre anni e mezzo, cioè dopo il rilancio dell’iniziativa al Palazzo di Vetro. E i fatti più significativi, nel senso dell’abolizione, sono avvenuti proprio in luoghi del mondo apparentemente immutabili e inaccessibili.
Hanno abolito la pena di morte il New Jersey e il New Mexico, negli Stati Uniti, dove casi di abolizione non si verificavano da oltre quarant’anni. Il Vietnam ha eliminato la pena di morte per otto reati dei ventinove per cui era prevista. In Cina le sentenze capitali emesse da tribunali sono diminuite di anno in anno fino al 30 per cento mentre la Corte Suprema ha annullato a sua volta il 15 per cento di quelle che aveva esaminato. Il governo federale pakistano ha approvato nel 2008 la commutazione in ergastolo di tutte le condanne a morte nei confronti di circa 7.000 prigionieri e, nel 2009, per la prima volta nella storia del Paese non sono state effettuate esecuzioni. La stessa cosa hanno fatto il Presidente del Kenia per gli oltre 4.000 prigionieri del braccio della morte e il Presidente della Mongolia che oltre a graziare i condannati ha introdotto una moratoria delle esecuzioni capitali.
Questi fatti positivi non preludono certo all’abolizione immediata della pena di morte né a cambiamenti radicali in senso democratico in molti di questi Paesi, ma non sono dati irrilevanti in termini di vite umane, considerato che, ad esempio, in Pakistan e in Vietnam le esecuzioni fino a qualche anno fa erano centinaia e che in Cina, essendo ancora migliaia all’anno, una riduzione pur limitata può significare centinaia di giustiziati in meno.
Le abolizioni e le moratorie, legali e di fatto, di questi ultimi diciassette anni equivalgono già a migliaia di fucilati, di impiccati, di avvelenati tramite iniezione letale in meno nel mondo. Si tratta ora di assecondare e accelerare questo processo e per Nessuno tocchi Caino sono due i fronti prioritari e gli obiettivi di iniziativa per dare attuazione alla richiesta delle Nazioni Unite: moratoria delle esecuzioni nella prospettiva dell’abolizione definitiva della pena di morte.
Il primo è abolire i “segreti di Stato” sulla pena di morte, perché molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono informazioni sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione dell’opinione pubblica è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni. A tal fine, il Segretario Generale dell’ONU istituisca la figura di un Inviato Speciale che abbia il compito non solo di monitorare la situazione ed esigere una maggiore trasparenza nel sistema della pena capitale, ma anche di continuare a persuadere chi ancora la pratica ad adottare la linea stabilita dalle Nazioni Unite.
Il secondo è diffondere la Risoluzione nel mondo e organizzare eventi politici, parlamentari e pubblici in Paesi che ancora praticano la pena di morte. Come Nessuno tocchi Caino siamo impegnati in progetti per l’attuazione della moratoria in diverse parti del mondo.
A partire dall’Africa, che è il continente dove vi è il numero più alto di Paesi abolizionisti di fatto e dove negli ultimi anni sono stati compiuti passi significativi verso l’abolizione della pena di morte. Ruanda, Burundi e Togo hanno cancellato completamente la pena capitale e, soprattutto nei primi due Paesi, l’abolizione ha avuto uno straordinario valore simbolico, oltre che giuridico e politico, essendo terre dove la catena perpetua della vendetta e la eterna vicenda di Caino e Abele hanno avuto la rappresentazione forse più tragica e attuale.
In altri due Paesi – Gabon e Repubblica Democratica del Congo – Nessuno tocchi Caino ha già tenuto due conferenze che si sono concluse con l’avvio dell’iter parlamentare di proposte di abolizione. Altre otto missioni e due conferenze regionali sono previste nei prossimi due anni dal “Progetto Africa” di Nessuno tocchi Caino finanziato in parte dall’Unione Europea. Nella Repubblica Democratica del Congo, in particolare, l’abolizione della pena di morte farebbe assumere a questo Paese il ruolo di paese-simbolo, ad un tempo, del martirio dell’Africa ma anche della capacità di questo continente di sanare i suoi conflitti, approdare alla democrazia e lanciare messaggi di nonviolenza e di tolleranza.
Il lavoro duro comincia ora e bisogna raddoppiare gli sforzi per evitare che il successo al Palazzo di Vetro sia consumato e logorato, per arrivare, attraverso le moratorie, all’abolizione definitiva della pena di morte nel mondo.
Aggiungo, infine, a questa prefazione un’appendice che riguarda l’Italia e, in qualche modo, il tema di cui stiamo trattando.
Nel nostro Paese, è stata abolita la pena di morte ma vige ancora la pena fino alla morte. Non solo perché l’esecuzione della pena in carcere può accadere che si risolva in “esecuzione” tout court – tramite suicidio o presunto tale, veri e propri omicidi o cosiddette malattie e morti naturali (non c’è nulla di naturale in quel che avviene in carcere) –, ma anche perché in Italia vige ancora il “fine pena mai” dei condannati all’ergastolo vero e il “carcere a tempo indeterminato”, l’“ergastolo bianco” a cui rischiano di essere condannati gli “internati” sottoposti alle misure di sicurezza.
Quando con Mariateresa Di Lascia cominciammo a parlare di Nessuno tocchi Caino, “pena di morte” e “pena fino alla morte”, l’ergastolo, erano sempre associati, e fu proprio Mariateresa a insistere perché il nome dell’associazione con il suo richiamo all’Antico Testamento fosse “Nessuno tocchi Caino” e non “Nessuno uccida Caino” come era ufficialmente tradotto allora il famoso passo della Genesi. Poi chiedemmo a Erri De Luca di verificare il testo originario in ebraico… e venne fuori “il Signore pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato”.
E’ il segno della tutela, non il marchio di infamia che vuol dire “tu non cambierai mai” e che assomiglia molto a quel “fine pena: mai” che è stato cancellato negli uffici-matricola delle carceri, ma rimane impresso sulla pelle dei condannati a vita. Un marchio di infamia che va abolito come è stato abolito quello della pena di morte.
Anche perché non è vero che l’ergastolo in Italia di fatto non esiste più. Sono condannati all’ergastolo vero, ad esempio, la stragrande maggioranza dei 671 detenuti assegnati al “carcere duro”, perché il 41 bis è un regime dal quale si può uscire solo tramite il “pentimento” oppure – come si suol dire – coi piedi davanti, essendo che questi detenuti sono esclusi per legge dalle misure alternative e, quindi, anche da quella liberazione condizionale teoricamente possibile per i condannati che hanno scontato almeno 26 anni di pena.
Quindi l’ergastolo in Italia vige davvero, ma si pratica anche una sorta di “ergastolo bianco” che può essere il destino degli “internati” in istituti dove uno entra per farsi un anno e poi rischia di rimanere intrappolato per otto, dieci e più anni, un tempo che in teoria può essere prolungato all’infinito per motivi di sicurezza. Non sono pochi gli “internati”. Tra prosciolti in sede di processo per totale infermità mentale, matti a metà (i seminfermi) e impazziti durante l’espiazione della pena, sono circa 1.500 le persone rinchiuse in quelli che un tempo si chiamavano “manicomi criminali” e che oggi, con una sigla più dignitosa anche se lo stato di abbrutimento è lo stesso, sono definiti Ospedali psichiatrici giudiziari. A queste vanno aggiunte altre 1.800 persone – di regola delinquenti abituali, professionali o per tendenza – che per la loro presunta pericolosità sociale sono finite in strutture chiamate “colonie agricole” o “case di lavoro”, le quali però hanno poco di bucolico e nulla di lavorativo, essendo spesso carceri a tutti gli effetti.
L’abolizione dell’ergastolo in Italia, quello “legale” e quello “di fatto”, non è altro che la nuova frontiera, interna, della grande battaglia internazionale contro la pena di morte, per la quale tutti nel mondo riconoscono al nostro Paese la primogenitura storica e la leadership politica.