Nessuno tocchi Caino

ARCHIVIO · INTERVENTI E RICONOSCIMENTI

1 GENNAIO 1999

Intervento, di Emma Bonino

Cinque anni di esperienza da Commissario europeo per l´azione umanitaria, cinque anni al cospetto di tutti gli orrori del nostro tempo - dai Balcani all´Africa, passando per lo Sri Lanka e il Centroamerica - hanno reso ancora più forte la mia convinzione che nessun delitto (nessun orrore) può essere cancellato o anche soltanto riparato da un altro delitto (da un altro orrore) eseguito, freddamente e razionalmente, in nome di uno Stato. Di questo stesso avviso sono stati giuristi e politici che, redigendo nel luglio scorso a Roma il Trattato istitutivo del Tribunale Penale Internazionale per i crimini contro l´umanità, hanno escluso la pena di morte anche per questo tipo di reati. Io credo che questa scelta costituisca un importante passo avanti verso la definitiva messa al bando della pena di morte dal diritto internazionale. Un esempio può valere molto più di intere campagne d´opinione. Penso all´unica condanna - a una pena detentiva - comminata finora dal Tribunale dell´Aja nei confronti del criminale serbo-bosniaco Tadic. Eppure i crimini di Tadic sono infinitamente più gravi - é evidente - rispetto a quelli commessi da qualunque dei 3.000 condannati a morte negli Stati Uniti o da coloro che - cito a caso - salgono sul patibolo per truffa in Cina, per avere bestemmiato in Afganistan, per traffico di droga in Arabia Saudita. Insomma, al fine di mobilitare le coscienze contro la pena capitale credo sia innanzitutto mobilitare la nostra coscienza in difesa di noi stessi e della nostra dignità di persone umane: perché l´applicazione della pena di morte in nome della società rende noi tutti, membri della società, moralmente simili al criminale che vogliamo punire. Ma é altrettanto necessario rinunciare alla tentazione di dividere il mondo in buoni e cattivi, di alimentare la nostra campagna con le emozioni prima ancora che con le convinzioni. Cerco di spiegarmi. Mi tornano in mente spesso le immagini - rimaste scolpite nella mia memoria - che i network televisivi diffusero la mattina del 1998 in cui il mondo seppe che Karla Faye Tucker era stata giustiziata a Huntsville, Texas, nel penitenziario "The Wall". Rivedo il lettino della prigione, ripenso all´iniezione letale che - per la prima volta dopo un secolo - aveva dato la morte di Stato ad una donna, e rivedo il volto di quella donna: colpevole, rea confessa, condannata e giustiziata malgrado le richieste di grazia giunte in Texas dal mondo intero. Pochissime esecuzioni, negli ultimi anni, avevano suscitato come quella della Tucker una così vasta mobilitazione, popolare e di opinion makers in molti paesi del mondo; raramente un´esecuzione aveva richiamato fuori dalla prigione in cui veniva consumata una così accesa protesta contro la pena capitale. Lascio ai mass-mediologi il compito di analizzare il "Caso Tucker", il suo significato, i suoi risvolti. Ho da fare, da parte mia, una riflessione sul caso Tucker che riguarda noi abolizionisti e la nostra battaglia. Una riflessione sulle emozioni che ogni esecuzione pubblica puntualmente suscita - allo stesso tempo - nelle coscienze degli abolizionisti e in quelle di coloro che ancora credono nella legittimità della pena di morte. Emozioni forti e contrapposte, che polarizzano e radicalizzano la discussione. Emozioni profondamente umane, che spostano però l´attenzione dal supplizio in sé alla persona del suppliziato. Innescando una dinamica obbligata, uno scenario fortemente emotivo in cui la stessa persona assume insieme i ruoli di eroe positivo e negativo; che viene santificata in qualche modo dalla pietà e dall´amore di chi vuole impedirne l´assassinio; e viene demonizzata senza pietà da chi, per dimostrare l´opportunità della morte di Stato, ha bisogno di mostri ad ogni costo. Mi chiedo se questa periodica contrapposizione delle emozioni non finisca per rendere più difficile il dialogo, per approfondire il fossato che separa i due schieramenti. Meglio sarebbe, io credo, tenere separata la questione di fondo - la questione della pena capitale - da altre questioni riguardanti i singoli casi: come la colpevolezza o l´innocenza del condannato, la simpatia o l´avversione che egli può suscitare. Non ci hanno insegnato che il reato va separato dal reo? Non é forse per questo che riteniamo ingiusta la pena capitale anche se inflitta al più disumano fra i carnefici della ex-Jugoslavia, al più feroce fra i génocidaires del Ruanda? Non é forse per questo che, ispirandoci ad un passo della Bibbia, abbiamo scelto come nostro motto e insegna "Nessuno tocchi Caino"? Io sono fra coloro che pensano che la grande democrazia americana, temprata anche dalle battaglie per il progresso dei diritti civili, una democrazia che ha dimostrato di considerare la libertà e la dignità della persona come un bene da salvaguardare, sia essa stessa patrimonio dell´umanità. Ebbene, quando ascolto tanti americani ripetere che la salvaguardia di libertà e dignità non vale per chi si macchia di determinati crimini rispondo invece che vale ancora di più. E´ facile infatti garantire i diritti di chi rispetta le regole. Ma non dimentichiamo che un tempo - non molto tempo fa - diritti civili e libertà non erano garantiti in misura uguale per tutti. Ne erano esclusi alcuni per il colore della loro pelle (ieri in Sudafrica e ieri l´altro qui in America); ne sono esclusi ancora oggi esseri umani per il loro sesso (penso alle donne afgane o saudite); o per la casta sociale di origine, o per altro ancora. E se parliamo di diritti umani fondamentali, ci accorgiamo che l´area dell´esclusione si estende ancora di più. Ebbene: se esistono diritti umani globalmente condivisi e se la difesa di questi diritti ha spinto la comunità internazionale a sancire il suo diritto-dovere di "ingerenza umanitaria" dovunque avvengano violazioni gravi, allora bisogna cominciare a considerare le pene capitali come un delitto contro l´umanità che deve essere impedito. Qualcuno mi accuserà di essere retorica, ma io penso davvero che ogni persona uccisa in una camera a gas o su una sedia elettrica, da un plotone d´esecuzione o da un cappio di corda, non é soltanto un cittadino americano, cinese, mediorientale, africano o di uno qualsiasi dei 72 paesi che ancora praticano il supplizio capitale. Quel morto é uno di noi, il cui assassinio - ancorché "legale" - ci offende così come ci ha offeso l´assassinio in massa dei bosniaci, dei timorensi, dei ruandesi e così via. Nessuno Stato democratico, nemmeno gli Stati Uniti, può illudersi di "democratizzare" la pena di morte; o illudersi che ci sia una qualche differenza fra la morte inflitta con un´iniezione letale, in nome di istituzioni democratiche, e la morte inflitta per impiccagione da una dittatura come quella cinese. Siamo di fronte allo stesso, identico delitto. Lo ha sancito la Commissione per i Diritti Umani dell´ONU per quattro anni consecutivi, definendo la pena di morte una negazione dei diritti umani e approvando per questo una risoluzione per la moratoria delle esecuzioni. Di tutte le battaglie in favore della dignità della persona questa per l´abolizione della pena di morte appariva - fino a qualche anno fa - una delle più lunghe e difficili. Perché c´è un filo rosso che collega - scavalcando frontiere e continenti, attraversando scelte ideologiche e ossessioni religiose - tutti coloro i quali continuano a credere nella "necessità" del supplizio capitale. Poi abbiamo scoperto che anche noi abolizionisti abbiamo un´ispirazione comune, una causa comune che fa proseliti ai quattro angoli del mondo. E abbiamo capito di avere trovato l´arma giusta, la moratoria, per spaccare il blocco dei paesi favorevoli al patibolo. La moratoria di per sé è un compromesso, un compromesso creativo, è un luogo comune di incontro tra abolizionisti e mantenitori: gli abolizionisti fanno un passo verso quelli che ancora la prevedono nelle leggi e la praticano e, viceversa, i mantenitori si avvicinano a quelli che l´hanno abolita decidendo di non attuarla pur mantenendola nei loro Codici. La conquista, soprattutto, di un nuovo diritto umano non può essere frutto di colonialismi culturali o di proibizionismi giuridici, di massimalismi o di purezze ideologiche, non può essere imposta per decreto, ma l´espressione di un minimo comune denominatore. Questo punto di incontro va cercato nel dialogo, nel confronto fra culture e società diverse. Come ha detto Boutros Ghali nella Conferenza di Vienna sui diritti umani: "Si tratta sempre di conquistare un nuovo comune denominatore, che segni una nuova irriducibile dimensione dell´essere umano per la quale e nella quale possiamo dire tutti di fare parte della stessa comunità umana." Alla Unione Europea, dopo l´ultimo successo nella Commissione per i Diritti Umani, spetta ora il compito di riaprire il dialogo coi paesi mantenitori riportando in Assemblea Generale, senza irrigidimenti ideologici, la proposta di una moratoria universale delle esecuzioni capitali.