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25 LUGLIO 2013ANALISI E OBIETTIVI DI NESSUNO TOCCHI CAINO
Mentre la Cina fa progressi, i Paesi cosiddetti democratici fanno passi indietro
L’approvazione, per la prima volta nel dicembre 2007, della Risoluzione per la Moratoria Universale delle esecuzioni capitali da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stata una pietra miliare sulla via non solo dell’abolizione della pena capitale ma anche dello sviluppo dei diritti umani in generale. Da allora, gli effetti concreti della Risoluzione ONU hanno continuato a manifestarsi in molti Paesi, come documenta anche il Rapporto 2013 di Nessuno tocchi Caino.
Il dato più rilevante del Rapporto riguarda la Cina che, negli ultimi anni, si è classificata sempre al primo posto per numero di esecuzioni, anche se è stato l’Iran il primatista assoluto della pena capitale nel mondo se si considera il numero di abitanti.
Pur votando sempre contro la Risoluzione pro-moratoria, la Cina sembra aver accolto nei fatti l’indicazione dell’Assemblea Generale ONU.
Nel 2012, secondo una stima di Nessuno tocchi Caino, la Cina ha giustiziato circa 3.000 persone, il che rappresenta un calo di oltre il 50% rispetto a solo cinque anni fa. Tale diminuzione è stata più significativa a partire dal 2007, quando è entrata in vigore la riforma in base alla quale ogni condanna a morte emessa da tribunali di grado inferiore deve essere rivista dalla Corte Suprema del Popolo.
Invece, il dato più negativo che emerge dal Rapporto 2013 di Nessuno tocchi Caino riguarda le cosiddette democrazie liberali. Nel 2011 erano stati solo 2 i Paesi democratici a praticare la pena di morte: gli Stati Uniti e Taiwan. Nel 2012 sono diventati 5, con Giappone, Botswana e India, ai quali va aggiunta l’Indonesia che ha ripreso le esecuzioni nel 2013.
Mentre negli Stati Uniti si registra una evidente e ormai irreversibile tendenza all’abolizione della pena di morte con sei Stati che l’hanno cancellata negli ultimi sei anni – New Jersey (2007), New York (2007), New Mexico (2009), Illinois (2011), Connecticut (2012) e Maryland (a maggio 2013) –, negli altri Paesi democratici il dato è preoccupante.
In Giappone, nel 2011, per la prima volta in quasi vent’anni, nessun prigioniero era stato messo a morte. Dopo di che, 7 persone sono state giustiziate nel 2012 durante il mandato del Primo Ministro del Partito Democratico, Yoshihiko Noda e altre 5 persone sono state impiccate nel 2013 dopo la schiacciante vittoria del Partito Liberal-Democratico di Shinzo Abe alle elezioni anticipate del dicembre 2012.
L’India ha ripreso le esecuzioni nel 2012 dopo una moratoria di fatto che durava dal 2004. Un’altra esecuzione è stata effettuata nel febbraio 2013.
In Botswana, nel 2011 non sono state compiute esecuzioni, che sono riprese il 31 gennaio 2012.
L’Indonesia ha ripreso le esecuzioni nel 2013 dopo una sospensione che durava dal 2008.
La nuova Risoluzione ONU per la Moratoria
Il 20 dicembre 2012, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto di nuovo di porre fine all’uso della pena di morte con il passaggio di una nuova Risoluzione che invita gli Stati a stabilire una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pratica. E’ stato il quarto testo pro moratoria a essere adottato dal 2007. La nuova Risoluzione è stata adottata con un numero record di Paesi che hanno votato a favore.
Gli Stati membri delle Nazioni Unite sono ora 193, uno Stato in più rispetto al 2010, il Sudan del Sud, che ha votato a favore della Risoluzione, nonostante mantenga ancora la pena di morte. Ciad, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e Tunisia, che si erano astenuti o erano assenti nel 2010, per la prima volta hanno votato a favore. I primi tre Paesi sono stati obiettivo di una missione di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale volta a ottenere proprio il loro voto a favore della Risoluzione pro-moratoria.
Il nuovo testo è stato rafforzato con due richieste fondamentali – avanzate più volte negli anni recenti da Nessuno tocchi Caino – che sono state rivolte ai Paesi che praticano ancora la pena capitale e che sono volte a limitare progressivamente la sua pratica.
La prima richiesta, importantissima, a essere sostanzialmente accolta è quella volta ad abolire i “segreti di Stato” sulla pena di morte, perché molti Paesi, per lo più autoritari, non forniscono informazioni sulla sua applicazione, e la mancanza di informazione dell’opinione pubblica è anche causa diretta di un maggior numero di esecuzioni. L’Assemblea Generale ha invitato gli Stati membri a “rendere disponibili le informazioni rilevanti circa l’uso della pena di morte, tra l’altro, il numero di persone condannate a morte, il numero di persone nel braccio della morte e il numero di esecuzioni, il che può contribuire a trasparenti e informati dibattiti nazionali e internazionali, compresi quelli sugli obblighi degli Stati relativi alla pratica della pena di morte”.
Inoltre, l’Assemblea Generale ha invitato gli Stati “a ridurre il numero dei reati per i quali può essere comminata la pena di morte”. Anche perché, come documenta il Rapporto 2013 di Nessuno tocchi Caino, condanne a morte o esecuzioni per reati non violenti o per motivi essenzialmente politici continuano a verificarsi in alcuni Paesi, come Iran, Corea del Nord e Vietnam.
Dobbiamo, ancora una volta, prendere atto con soddisfazione che in Cina il limite dei “reati più gravi” per l’applicazione “legittima” della pena di morte è sostenuto dalla stessa Corte Suprema del Popolo, la quale, dopo la riforma del 2007, ha continuato ad adottare nuove misure per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate. Nel febbraio 2010, la Corte Suprema ha emesso nuove linee guida sulla pena di morte che indicano ai tribunali minori di limitarne l’applicazione a un numero ristretto di casi “estremamente gravi”. Nel 2011, la Corte Suprema ha raccomandato ai tribunali di adottare la politica della “giustizia mitigata dalla clemenza”, suggerendo di privilegiare – rispetto all’esecuzione immediata – la pena di morte con due anni di sospensione che normalmente è poi commutata nel carcere a vita o a una pena detentiva a termine. Nel marzo 2013, presentando il suo rapporto alla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo, il Presidente della Corte Suprema del Popolo, Wang Shengjun, ha dichiarato che i giudici dei tribunali di grado inferiore sono stati cauti nel comminare la pena di morte e la Corte Suprema ha riesaminato molto attentamente le loro sentenze: “Ci siamo premurati che la pena di morte venisse inflitta a un numero molto ristretto di persone condannate per reati di estrema gravità.”
Gli obiettivi della campagna di Nessuno tocchi Caino
Dalla fondazione nel 1993 di Nessuno tocchi Caino a oggi, ben 62 dei 97 Paesi membri dell’ONU allora mantenitori della pena di morte hanno smesso di praticarla, 20 dei quali lo hanno fatto dal 2006, cioè dopo il rilancio dell’iniziativa al Palazzo di Vetro.
La via del dialogo, liberale e antiproibizionista della moratoria – e non dell’abolizione tout court della pena di morte – che sin dal 1993 Nessuno Tocchi Caino e il Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito hanno scelto di percorrere e proporre in tutte le sedi internazionali, ha dimostrato di essere la via maestra per superare ostacoli apparente insuperabili e aprire porte altrimenti inaccessibili, come è accaduto, ad esempio, in Cina.
Nessuno Tocchi Caino continuerà a percorrerla con una serie di iniziative volte a dare attuazione concreta alla Risoluzione approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU.
Nessuno tocchi Caino ha previsto di promuovere iniziative in Africa in 5 Paesi – Sudan del Sud, Ciad, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone e Tunisia – che negli anni più recenti hanno compiuto passi significativi verso l’abolizione della pena di morte e che nel 2012, per la prima volta, hanno votato a favore della Risoluzione ONU pro-moratoria.
Nessuno tocchi Caino ha in programma inoltre di intervenire in quei Paesi che nell’ultimo anno hanno fatto passi indietro sulla via dell’abolizione, a partire da quelli democratici come Giappone, Taiwan, Botswana, India e Indonesia.
Infine, Nessuno tocchi Caino rilancia la proposta al Segretario Generale dell’ONU di istituire la figura di un Inviato Speciale che abbia il compito non solo di monitorare la situazione ed esigere una maggiore trasparenza e limiti più restrittivi nel sistema della pena capitale, ma anche di continuare a persuadere chi ancora la pratica ad adottare la linea stabilita dalle Nazioni Unite: “moratoria delle esecuzioni, in vista dell’abolizione definitiva della pena di morte”.
