ARCHIVIO · RASSEGNA STAMPA
9 GIUGNO 20019/6/2001 Caino, Abele e la giustizia; LA STAMPA
GENTILE Oreste del Buono, sono una donna di una certa età e ho visto negli ultimi anni cambiare il punto di vista degli italiani rispetto alla giustizia e alle pene applicate. Si è cominciato con la nascita di «Nessuno tocchi Caino» e gli sforzi fatti per convincere che, grazie alla superiorità mentale europea, bisognava occuparsi degli assassini a discapito degli assassinati. Poco alla volta le vittime vennero dimenticate, così che un matricida che preparò accuratamente la fine della genitrice viene rilasciato perché considerato non pericoloso in quanto la madre è una sola e non può ucciderla nuovamente. Per non parlare dei minorenni che stiamo convincendo di essere degli impuniti cronici. Ieri si parlava dei giovani che hanno ucciso un’anziana pensionata e sono fuori del carcere dopo una settimana. Stamattina sento per radio che anche i due ragazzi che hanno rubato una macchina e ucciso investendoli madre e figlio sono liberi. E queste non sono che le ultime espressioni del modo di considerare le vittime: esseri da dimenticare al più presto. Io vorrei una giustizia più giusta che si occupasse non soltanto dei Caino ma anche degli Abele che sono sempre meno protetti e questo fa sì che mi vergogni di essere europea.ClaraBogliolo, TorinoGENTILE signora, lasciamo per una volta da parte la questione morale e parliamo in termini di utilità. In Italia la pena di morte non c’è non per cuore tenero, ma perché è anche inutile. Non serve quando i colpevoli, (come nella maggior parte dei casi), non vengono trovati ne arrestati. Non serve perché non dissuade dal commettere crimini (ne è una prova l’ America) gente capace di ammazzare per un giubbotto o un telefonino. Non serve agli uccisi perché nessuna ritorsione, nessun risarcimento potrebbe riportarli in vita.
