Nessuno tocchi Caino

ARCHIVIO · RASSEGNA STAMPA

1 APRILE 2001

4/2001: Damiano Tommasi, centrocampista della Roma e della Nazionale, impegnato nel volontariato

Unica cosa che gli fa montare la testa sono i riccioloni scuri che gli danzano attorno al capo quando corre sui campi di calcio. Altrimenti, se Damiano Tommasi fosse il tipo che la testa se la monta davvero, nel senso di esaltarsi, dovrebbe tappezzare le pareti di casa con qualche titolo apparso sui giornali nelle ultime settimane. Qualche esempio? "Tommasi mette il turbo", "Tommasi, la serenità è azzurra". Gli elogi fioccano da tutte le parti. Il presidente della Roma Franco Sensi ha detto: «Tommasi è un mio acquisto. Dicevano che aveva i piedi quadrati, e ora come lui ne vorrei tanti in campo, nella mia Roma».Ma Damiano Tommasi resta con i piedi per terra. Piedi non più quadrati, come malignavano gli incontentabili tifosi delle curve, ma baciati dalla dea Eupalla, la divinità che secondo Gianni Brera propiziava le prodezze dei campioni. Tommasi ammette di conservare i giornali che parlano di lui, ma precisa: «Lo faccio solo per documentazione storica, per registrare quello che ho fatto sul campo. Ormai sono un po’ refrattario all’esaltazione. So bene come va il calcio. Nel 1996 mi elogiavano da tutte le parti, poi mi toccarono i fischi, gli insulti e le parolacce. Nel nostro ambiente vivi sull’onda dei risultati, e quando i risultati non sono positivi ne paghi le conseguenze» .Damiano Tommasi va preso così. Come un ragazzo più realista che umile. Un campione che con il sorriso, ragionando con la dolce cantilena del dialetto veneto, smorza, smonta, smussa tutto ciò che gli pare eccessivo, esagerato, superfluo riguardo al mondo del calcio e alla sua persona. Sì, è un fuoriclasse della Roma e della Nazionale, ma non c’è bisogno di gridarlo perché domani sarà tutto dimenticato e il cuore dei tifosi batterà per altri campioni. È vero, ha fatto l’obiettore di coscienza e si impegna in tante iniziative di solidarietà, ma lo hanno sempre educato a questi valori e metterli in pratica non gli costa fatica, non lo fa sentire un eroe.Damiani, che compirà 27 anni il 17 maggio, viene dalla Valpolicella, la terra dei vini che nobilitano la provincia di Verona, Le schede biografiche sono discordi, alcune lo fanno nascere a Negrar, altre a Sant’Anna di Alfaedo. Lui chiarisce il piccolo mistero: «A Negrar c’era l’ospedale dove mia mamma mi ha partorito, ma la nostra casa era a Sant’Anna d’Alfaedo, un Comune confinante». Quando Damiano nasce, il padre marmista e la madre casalinga hanno già due figli maschi, dopo Damiano arriveranno un altro maschio e una bambina. L’infanzia di Damiano è fatta di scuola, pallone e parrocchia. «Mio padre è sempre stato appassionato di sport e fin da piccolo ho giocato a calcio con i miei fratelli nei prati vicino a casa, ma non sognavo di fare il calciatore professionista. Piuttosto, guardavo al lavoro di mio padre e pensavo che avrei fatto il marmista come lui. In ogni caso, i miei non mi hanno ostacolato nella mia passione per il calcio, anche se mi hanno sempre detto che prima del calcio la cosa più importante era la scuola. E a scuola andavo discretamente, non ho mai avuto grossi problemi, mi sono diplomato come ragioniere».Tra i 13 ei 18 anni Tommasi mette le fondamenta della sua vita futura. Gioca nella.squadra giovanile del Verona e a scuola comincia a fare gli occhi dolci a una compagna di classe che si chiama Chiara. Chiara e Damiano si fidanzano a 17 anni e si sposano nel 1996, quando lui ne ha 22. Nel frattempo, quando a 18 anni il postino porta la cartolina di chiamata per il servizio militare, Damiano ha già deciso di fare l’obiettore di coscienza e di svolgere il servizio civile. «Per me è stata una scelta naturale, maturata grazie alla mia educazione cattolica. Ho fatto il servizio civile con la Caritas, lavorando come tecnico a Radiotelepace, Ogni tanto accompagnavo il direttore, don Guido Todeschini, durante le visite in carcere o agli anziani soli e ammalati» .