Nessuno tocchi Caino

ARCHIVIO · RASSEGNA STAMPA

27 APRILE 2001

27/4/2001 Nei giorni scorsi, nell' arco di 24 ore, sono state giustiziate 89 persone e 46 sono state destinate al patibolo: è una strage che avviene nell'indifferenza generale; VISTO

Si parla spesso degli Usa ma troppo poco degli altri 88 Stati nei quali la pena capitale è tuttora in vigore. Dove si muore per reati politici, per ad

La settimana scorsa, in un solo giorno, quarantasei persone sono state processate e condannate a morte. Ottantanove, invece, sono state giustiziate. Con un rituale che al supplizio somma l’umiliazione, la negazione della dignità umana. E della pietà.Non stiamo parlando di un paese del Terzo Mondo, o degli Stati Uniti, anche se la cronaca quotidiana ci ha abituato ad associare l’ignobile argomento della pena di morte (che pure lì non si trasforma in esecuzione di massa) al Paese principe del consumismo e della pena-vendetta. Gli ottantanove carcerati fucilati in un giorno sulla pubblica piazza sono il macabro record raggiunto dalla Cina, Paese che, a occhio e croce, giustizia - nell’indifferenza generale e in primis del mondo occidentale che con Pechino intrattiene vantaggiosi rapporti economici -diecimila persone l’anno. Un’ecatombe.Degli Stati Uniti si parla spesso, forse anche perché la pena di morte è una contraddizione violenta -e una palese ammissione di debolezza -per un Paese che nel bene e nel male si fregia di rappresentare la democrazia e di essere un «modello» per il mondo occidentale. Ma nel mondo, le nazioni che usano il boia per reprimere il crimine sono ben ottantanove. E attenzione, può essere un «crimine» qualunque cosa, a discrezione della legislazione locale: in Iran le donne vengono uccise per adulterio, in Iraq si muore soprattutto per reati politici... Quello che da noi non è un reato, in un altro Paese basta per essere impiccati dopo un processo di dieci minuti! Una vergogna della quale si parla poco. E che -persino in questi giorni di rapporti diplomatici difficili tra Cina e Usa (l’incidente del pilota cinese ucciso per errore da un aereo spia americano ha messo a dura prova le diplomazie) -accomuna due Paesi profondamente diversi. E non li accomuna solo nella disumanità di una scelta tragica e riprovevole, ma anche nelle modalità. Sia in America che in Cina il rituale vuole che l’esecuzione della pena sia spettacolarizzata al massimo. Secondo gli scenari e la cultura locale. Così, in Cina il condannato a morte viene accompagnato al luogo dell’esecuzione -pubblica, appunto -da due militari che con una mano lo tengono per le braccia, legate prima dietro la schiena, e con l’altra gli piegano la testa in avanti, in segno di sottomissione e di pentimento. Di umiliazione. Perché chi va a morire non deve poter alzare gli occhi a fissare -in segno di sfida o di orgoglio quelli del suo boia o, semplicemente, del pubblico che, tra sadismo e morbosità, si gode lo «spettacolo». Chi muore per mano dello Stato, insomma, deve anche essere calpestato e annientato psicologicamente ancor prima di spirare. E sempre nel rigoroso silenzio perché gridare, ribellarsi, dare voce al proprio disprezzo, o solo alla paura, è considerato altamente disdicevole.Negli Stati Uniti, invece, la crudeltà che pervade la celebrazione della pena capitale è, se possibile, ancora più perversa: per il giorno (16 maggio) in cui il boia giustizierà Timothy McVeight, l’uomo che mise la bomba a Oklahoma City uccidendo 167 persone, è stato studiato a tavolino un protocollo di ben 54 pagine che, come il copione di un film, prevede ogni singolo dettaglio, minuto per minuto, della sua esecuzione. Come dire: il governo federale di Washington ci tiene a far bella figura. Soprattutto con i parenti delle vittime che, grazie a un maxi schermo, potranno assistere in diretta da Oklahoma City a tutte le fasi della condanna.A parziale consolazione c’è da registrare, però, una recente inversione di tendenza sul fronte del patibolo. Anche agli americani piace sempre di meno, persino in Texas, tradizionalmente patria del boia. Gli errori giudiziari, le confessioni estorte a suon di sprangate e le pesanti discriminazioni a danno degli imputati più deboli, cominciano a far parlare. Due deputati repubblicani e un senatore democratico hanno proposto una moratoria portando all’attenzione pubblica la documentazione di 33 persone condannate dopo esser state difese da legali poi espulsi dall’ordine. Per non parlare del risultato choc dell’indagine svolta dalla facoltà di legge della Columbia University: passando al setaccio 24 anni di pene capitali gli studenti hanno accertato che ne1 68% dei casi le sentenze erano «viziate» o irregolari. Uno dei tanti argomenti, ma non il più forte, per dire basta, ovunque, a questa barbarie.