ARCHIVIO · RASSEGNA STAMPA
12 GIUGNO 200112/6/2001 La morte che non scuote la sinistra; LIBERO
Ritengo che un po’ di ribellione ogni tanto, sia una cosa buona: le ribellioni sono una medicina necessaria per la salute del governo»: lo ha scritto Thomas Jefferson, 214 anni fa, in una lettera a James Madison. E, in un’altra missiva a William Stevens Smith:«L’albero della libertà deve essere innaffiato di tanto in tanto coi sangue di patrioti e tiranni» Ieri è stato innaffiato col sangue di un patriota, ma i tiranni restano al loro posto.C’è stata tanta confusione, tanta ipocrisia, sul caso di Tim McVeigh. Poi, di colpo le parole si sono disintegrate, hanno perso ogni senso, ogni alibi quando ieri le guardie carcerarie del penitenziario di Terre Haute hanno accomodato a forza questo ragazzo di 33 anni su una sedia, l’hanno legato. Un infermiere gli ha inserito un catetere in ciascuna delle braccia, ha cominciato col drogarlo, l’ha ucciso. Avete presente il film "il miglio verde", quell’aria rancida che si respirava nella sala delle esecuzioni?La stessa cosa con qualche scintilla in meno. Il meccanismo si è raffinato, hanno mandato in pensione la sedia elettrica, come prima avevano liquidato la ghigliottina. Ed eccoci all’iniezione letale, meno spettacolare; più discreta, ci fa sembrare tutto quasi accettabile, quasi "normale.Devono pensarla così anche i professionisti dei diritti umani: qualche mese fa, quando Bush si litigava con Gore quattro contee in Florida, era una specie di ritornello. L’America non può: eleggere Presidente un tizio che, come governatore del Texas, ne ha fatti fuori di più che Jack lo Squartatore: l’accusa rimbalzava dal "Washington Post" a "Repubblica", e via via in tutta la costellazione della stampa di sinistra. Scusate, abbiamo scherzato, hanno fatto sapere quando si trattava di impugnare la penna per salvare la vita di McVeigh. Ci ha provato "Amnesty", fedele a se stessa, assieme a "Nessuno tocchi Caino". E il Papa ha fatto un suo appello. Punto. Certi squillanti democratici, certi "politicamente corretti" in servizio permanente se ne sono stati zitti. Urlano a squarciagola quando al patibolo ci finisce una donna nera, e tacciono quando ci va un ragazzo bianco, tra l’altro veterano della guerra del golfo e che avrà tanti difetti ma non ha mai votato Bill Clinton. Viene il sospetto che della pena di morte non gliene freghi un fico secco: l’importante è non sfregiare un simbolo, un’icona del "politically correct", la donna di colore come santino di questa nuova ideologia. I maschi bianchi opprimono e calpestano la dignità di tutti gli altri da qualche millennio a questa parte, se ne giustiziano uno, beviamoci su.Non a caso domani, al Senato, il democratico Russel Feingold è pronto a estrarre dal cilindro un nuovo studio sulla pena di morte "razzista". L’idea è di salvare dall’iniezione letale Juan Raul Garza, assassino e spacciatore, però ispanico. Feingold non s’è sognato di fiatare, sulle sorti di Timothy McVeigh -e così l’opinione pubblica. Questo trentatreenne che ieri ha sperimentato il Golgota e la croce è stato dipinto come un mostro: ha ucciso 168 persone, è un dato di fatto, quindi "se lo meritava". Ma, a parte i dubbi sul come e se abbia agito da solo, bisogna chiedersi il "perché" di un gesto come questo. E’ presto detto: Tim, che aveva combattuto per il suo Paese, che amava l’America di un amore unico e totale, era disgustato da quello che la bandiera "stelle-e-strisce" ha finito per rappresentare. Non "la terra dei liberi", ma una superpotenza bombarola che ha seminato di missili l’Iraq come il Kossovo, e uno Stato assassino che ha macellato 76 innocenti a Waco, il 19 aprile del ’93.Tim sognava soltanto un’America diversa. No, meglio: rivoleva indietro l’America vera, quella di Thomas Jefferson e di George Mason, di Robert Lee e Jefferson Davis. Voleva che "libertà individuale" ritornasse a significare qualcosa, e che la pace fosse di nuovo un valore a Washington, come lo era stata nei giorni della dottrina di Monroe. Le sue idee non erano tanto diverse da quelle di Gore Vidal(che gli è stato vicino fino all’ultimo), e nemmeno da quelle di certi esponenti dell’amministrazione Bush. Ha ucciso ed è morto per quelle idee, e già questa è una frase che vien da sorridere a scriverla, sembra così strano, così inumano che ci sia ancora chi lo faccia, chi si misuri non sul metro della sua miseria quotidiana ma su quello di un pensiero più bello e più alto. Se Tim avesse fatto esplodere il Murray Building di Oklahoma City in piena notte, quando non c’era nessuno -mi sussurra Alberto Pasolini Zanelli, maestro ed amico -noi libertari dovremmo portarlo intrionfo come un eroe. Lui, il vendicatore di Waco, lui " enemy Qf the State". Vi dico la mia: anche se ha ucciso 168 persone, non riesco a non vederlo come il fratello, un compagno pazzo che senz’altro ha sbagliato. Beato il Paese che non ha bisogno di eroi. Sì ma maledetto quello che li fa fuori così.
