esecuzioni nel mondo:

Nel 2018

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Dal 2000 a oggi

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legenda:

  • Abolizionista
  • Mantenitore
  • Abolizionista di fatto
  • Moratoria delle esecuzioni
  • Abolizionista per crimini ordinari
  • Impegnato ad abolire la pena di morte

PAKISTAN

 
governo: repubblica federale parlamentare
stato dei diritti civili e politici: Parzialmente libero
costituzione: 12 aprile 1973. Sospesa e reintrodotta più volte, l'ultima il 15 dicembre 2007. Emendata l'ultima volta il 19 aprile 2010.
sistema giuridico: common law adattata allo stato islamico
sistema legislativo: bicamerale, Senato e Assemblea Nazionale
sistema giudiziario: Corte Suprema, capi nominati dal presidente; Corte Islamica Federale
religione: maggioranza mussulmana; minoranze indù e cristiane
metodi di esecuzione: lapidazione impiccagione
braccio della morte: 8200, secondo Justice Project Pakistan fine 2017, 4993 secondo altre fonti
Data ultima esecuzioni: 0-0-0
condanne a morte: 10
Esecuzioni: 5
trattati internazionali sui diritti umani e la pena di morte:

Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici

Convenzione sui Diritti del Fanciullo

Convenzione contro la Tortura ed i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane o Degradanti


situazione:
Il Pakistan prevede la pena di morte per 27 reati, tra cui, blasfemia, violenza sessuale, atti di terrorismo, sabotaggio di istituzioni strategiche, sabotaggio di reti ferroviarie, attacchi a personale di polizia, seminare odio verso le forze armate, droga, sedizione e reati informatici.
Il 17 dicembre 2014, il Pakistan ha revocato una moratoria che durava da sei anni sulla pena di morte per i casi di terrorismo, a seguito del massacro perpetrato il 16 dicembre dai talebani in una scuola a conduzione militare a Peshawar, in cui sono state uccise 150 persone, tra cui 134 bambini. 
Nel dicembre 2014, dopo la revoca della moratoria, sono stati impiccati 7 condannati a morte, tutti per reati di terrorismo. Il 3 marzo 2015, il Governo Federale ha formalmente revocato la moratoria sulla pena di morte per tutti i prigionieri condannati.
L’ultima esecuzione prima della revoca della moratoria era avvenuta il 15 novembre 2012, quando Muhammad Hussain, un soldato che aveva ucciso un suo alto ufficiale, è stato impiccato nel carcere della città di Mianwali. L’esecuzione di Hussain era stata la prima nel Paese in quasi quattro anni e ha messo fine a una moratoria informale in atto dal dicembre 2008, quando era stato messo a morte per omicidio un altro soldato, Shahid Abbas. Nel 2008, erano state giustiziate almeno 36 persone, un calo già significativo rispetto al 2007, quando sono state almeno 134 le persone giustiziate. Da allora, ogni tre mesi, l’Ufficio del Presidente aveva emesso una direttiva che sospendeva tutte le condanne a morte, una procedura che si era ripetuta negli anni seguenti. 
Da quando è stata tolta la moratoria, si sono registrate 478 esecuzioni, oltre l’80% delle quali eseguite nel Punjab.
Nel 2017 sono state compiute 66 esecuzioni, in calo rispetto le 87 impiccagioni del 2016 e le 326 del 2015, ma sono aumentate quelle per terrorismo: 44 nel 2017, contro le 7 del 2016 e le 30 del 2015.
Secondo la Commissione per i Diritti Umani del Pakistan, nel 2017 sono state condannate a morte 253 persone, in 197 diversi casi e tra cui vi sono almeno 5 donne. Almeno 177 condanne a morte sono state pronunciate da corti ordinarie.
In Pakistan, la popolazione dei condannati a morte è tra le più alte al mondo. Secondo Justice Project Pakistan vi sono 8.200 detenuti nel braccio della morte tra cui almeno  45 donne. Tuttavia altre fonti riferiscono di 4.993 detenuti nel braccio della morte comprese una quarantina di donne. In Punjab i detenuti nel braccio della morte sono 4.193, nello  Sindh 524, nel KP  204 e in Baluchistan 72. Gli stranieri condannati a morte sono 1,117, di cui 11 donne e 1.106 maschi.
I detenuti pakistani, in particolare quelli del braccio della morte, vivono in celle strette e sovraffollate e sono vittime di abusi. Le 812 celle dei 30 bracci della morte del Punjab sono di solito stanze di 2,7 per 3,6 metri con annesso un gabinetto circondato da un muretto alto un metro circa. A volte, in queste celle sono ristrette fino a dodici persone. Da tre a sei persone sono normalmente detenute in una cella singola.
Nel Rapporto “Nessuna grazia: un Rapporto sulla clemnza per i condannati a morte in Pakistan” presentato  il 12 Aprile 2018 a cura del Justice Project Pakistan, è riferito che il Ministro dell’Interno ha reso noto che l’ufficio del Presidente ha rigettato 513 richieste di grazia, 444 delle quali dei primi 15 mesi dalla ripresa delle esecuzioni nel dicembre 2014. Il dato ripete un numero reso noto già nel 2016 in una risposta scritta del Ministero dell’Interno a una interrogazione parlamentare presentata dal senatore Sirajul Haq del Jamaat-e-Islami, quando si disse che nel periodo 2011-2015, il Presidente pakistano aveva respinto tutte le richieste di grazia (513) di prigionieri condannati a morte. Al 15 aprile 2016, presso il Ministero dell’Interno, restavano pendenti solo 38 istanze di grazia di condannati a morte, di cui 13 già sottoposte al Segretariato Presidenziale per la decisione, è scritto nel documento. Gli Appelli di questi prigionieri condannati erano già stati respinti dai tribunali superiori.

È tradizione che nessuno sia giustiziato durante il mese di Ramadan e un funzionario del Ministero degli Interni federale ha confermato che era stato emesso un ordine per fermare le esecuzioni nel mese di digiuno islamico, che nel 2017 va dal 26 maggio al 24 giugno.
Le esecuzioni sono normalmente effettuate prima dell’alba: il condannato consuma il suo ultimo pasto, fa le sue abluzioni e poi ha il tempo di pregare prima di essere portato al patibolo; i boia coprono il suo volto con un cappuccio nero e gli legano mani e piedi prima di impiccarlo. 

Nel 2017, il Pakistan è stato sottoposto al trezo UPR delle nazioni Unite e sulla scia delle "dure critiche sull'uso eccessivo di questa pena" da parte degli organismi delle Nazioni Unite per i diritti umani, il Ministero degli Affari Esteri ha inviato una sintesi al Primo Ministro con alcune raccomandazioni sull'imposizione della pena di morte che hanno costretto le autorità a rivedere le norme sulla pena capitale. Va ricordato che il Piano d'azione nazionale per i diritti umani, approvato dal Primo Ministro, ha proposto anche una revisione del quadro giuridico esistente in linea con gli impegni nazionali e internazionali relativi ai diritti umani.
In considerazione di quanto sopra, il Ministero dei diritti umani ha proposto una riunione consultiva per discutere di una possibile revisione dei 27 reati capitali previsti dalla legge del Pakistan. A questo proposito una riunione ad alto livello si è tenuta il 15 settembre 2017 presso il Ministero di Giustizia e Giustizia per discutere della revisione possibile.



Il prezzo del sangue
La legge pakistana prevede la pena di morte o l’ergastolo per omicidio. In teoria, una pena corrisponde esattamente al tipo e grado di delitto commesso, come previsto dalla legge del taglione. In pratica, in Pakistan, la punizione per omicidio non è quella del taglione ma l’impiccagione. 
Comunque, secondo la legge islamica, i famigliari delle vittime possono trovare un accordo extra-giudiziario con gli assassini, di solito per una compensazione in denaro (diya). In tal caso, i parenti della vittima di norma devono comparire in tribunale per testimoniare di aver concesso il perdono in nome di Dio. È la corte poi a decidere se accettare il perdono, ma i giudici seguono generalmente la decisione della famiglia. 
Nel corso dell’anno, decine di esecuzioni di condannati a morte sono state sospese, dopo il perdono concesso dai familiari delle vittime.

La pena di morte nei confronti di minorenni
L’Ordinanza sul sistema di giustizia minorile (JJSO) del 2000 abolisce la pena di morte nei confronti dei minori di 18 anni al momento della commissione del reato, stabilisce processi ad hoc per i minorenni e autorizza la difesa legale a spese dello Stato. L’Ordinanza afferma nel paragrafo 12: “Nonostante qualsiasi disposizione contraria contenuta in una legge per il momento in vigore nessun fanciullo deve essere condannato a morte ...” Tuttavia, le disposizioni della JJSO sono “in aggiunta e non in deroga ad altra legge tuttora in vigore e i minorenni sono soggetti alla pena di morte in base ad altre leggi”.
La procedura, nella maggior parte dei casi, prevede che se un avvocato solleva la questione, il tribunale stabilisce che l’età dell’imputato debba essere accertata da una perizia medica. E se è dimostrato che il sospetto non è un adulto, poi il caso procede secondo le modalità previste dal JJSO.
Nel dicembre 2001, il Presidente Pervez Musharraf ha emesso un nuovo decreto che commutava in ergastolo tutte le sentenze capitali nei confronti dei minorenni. 
Questi cambiamenti non hanno comunque posto fine alla pena di morte nei confronti dei minori. La legge del 2000 non era retroattiva; inoltre, poteva essere applicata in tutto il Paese eccetto che nelle Aree Tribali Provincialmente Amministrate (PATA), perché all’Ordinanza non è mai seguita come prevede la Costituzione una disposizione in tal senso. Così, mentre nel resto del Paese i ragazzi continuano a essere processati da tribunali minorili, nelle aree tribali sono processati come adulti, a volte condannati a morte e spesso detenuti in carcere insieme a condannati adulti. 
L’ultima condanna a morte nei confronti di un minore al momento del fatto era stata eseguita il 13 giugno 2006, quando Mutabar Khan è stato giustiziato nella prigione centrale di Peshawar dopo essere stato condannato per omicidio nel 1998. Mutabar aveva 16 anni al momento dell’arresto nel 1996. 
Il 18 marzo 2015, Justice Project Pakistan e Reprieve hanno pubblicato uno studio su 30 prigionieri a rischio di esecuzione e hanno scoperto che il 10% è stato arrestato e condannato a morte quando aveva meno di 18 anni. Se questa percentuale valesse per tutta la popolazione del braccio della morte, ci potrebbero essere più di 800 persone condannate da minorenni tra gli oltre 8.000 prigionieri condannati a morte.
Quel che è sconcertante è che in molti casi, quando sono stati processati in tribunali inferiori, i loro avvocati non hanno usato l’argomento della minore età per cui la clemenza doveva essere esercitata. L’avessero fatto, forse alla maggior parte di loro non sarebbe stata data la pena di morte.
Il dato di Reprieve è stato confermato nel 2017, poichè, nonostante la legge proibisca espressamente la condanna a morte dei minorenni, secondo il rapporto del Justice Project Pakistan intitolato “I bambini del braccio della morte - Le esecuzioni illegali in Pakistan di minorenni” pubblicato nel febbraio 2017, il dieci per cento dei condannati a  morte è costituito da minorenni. Secondo il Rapporto, questo accade per la scarsa registrazione delle nascite, la scarsa attuazione della legge sulla giustizia minorile e la mancanza di metodi di determinazione dell'età come ragioni principali per la presenza di numerosi minorenni nei bracci della morte e la oro esecuzione. Nell'agosto 2017, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha pubblicato le sue osservazioni e raccomandazioni conclusive, in merito all’UPR del Pakistan. Riguardo alla pena di morte, il Comitato era particolarmente preoccupato per il fatto che giovani e persone con disabilità psicosociali o intellettuali sarebbero state condannate a morte e giustiziate.

Come riportato nel Rapporto "Stato dei diritti umani in Pakistan 2017" della Commissione per i diritti umani del Pakistan (HRCP), uno sviluppo notevole nel settore della giustizia minorile è stata la creazione del primo tribunale minorile nel paese il 19 dicembre 2017 presso il Complesso giudiziario di Lahore. Questo tribunale tratterà tutti i casi che coinvolgono minori.
Sul fronte legislativo, una nuova legge sul sistema giudiziario minorile 2017 è stata presentata all'Assemblea nazionale il 24 maggio 2017 ed è stata sottoposta al Comitato permanente dei diritti umani. Questo disegno di legge mira a rafforzare l'attuale sistema di giustizia penale per i minorenni e a smaltire  rapidamente i casi pendenti istituendo comitati per la giustizia minorile per ogni divisione di sessione e concentrandosi sull'integrazione sociale dei giovani che hanno commesso reati. Il comitato permanente ha approvato il disegno di legge il 4 luglio 2017 e ha raccomandato che fosse approvato dall'Assemblea Nazionale. Alla fine dell'anno non si sono stati registrati ulteriori progressi sul disegno di legge. Nonostante i recenti sviluppi, il sistema generale di giustizia minorile nel paese ha continuato però ad offrire poca tutela dei minori a causa della scarsa attuazione della legge.


La guerra al terrorismo
Il 31 marzo 2017, il presidente Mamnoon Hussain ha dato il suo assenso formale al Pakistan Army Act 2017 e al 23esimo emendamento costituzionale, due atti legislativi volti a prorogare di due anni l'operato dei tribunali militari.
Il 17 dicembre 2014, il Pakistan ha revocato una moratoria che durava da sei anni sulla pena di morte per i casi di terrorismo. Il 6 gennaio 2015, il Parlamento del Pakistan aveva approvato il 21mo emendamento costituzionale che consente a un sistema parallelo di tribunali militari di processare i militanti islamisti, ampliando in modo significativo il potere dell’Esercito. La nuova legge, che è stata approvata da una maggioranza di due terzi in entrambi i rami del Parlamento, è l’elemento centrale della risposta del Governo all’attacco dei talebani contro la scuola di Peshawar del 16 dicembre 2014. L’Esercito ha insistito per i nuovi tribunali, sostenendo che il debole sistema giudiziario civile non è riuscito ad assicurare alla giustizia i talebani e altri militanti islamisti. La legge che autorizza i tribunali resterà in vigore fino al febbraio 2017, poi prorogati per altri due anni.
Il Governo ha promesso di usare questo tempo per riformare il disastroso sistema della giustizia civile, mentre la decisione è stata duramente criticata dagli attivisti e dalle istituzioni per i diritti umani come violazione del  diritto a un processo equo ai sensi dell'articolo 10-A della Costituzione e dell'articolo 14 dell'ICCPR.
Secondo il testo della nuova legge, i tribunali militari sono autorizzati a processare militanti di ogni gruppo che “levi le armi o muova guerra contro il Pakistan, o attacchi le forze armate del Pakistan e le forze dell’ordine”. I tribunali militari hanno trattato almeno 100 casi di militanti ed emesso sentenze in almeno 27, ha detto il Ministero della giustizia nel giugno 2015. L’Esercito ha pubblicato i nomi di sei uomini condannati a morte solo in un caso. Non ci sono informazioni pubbliche circa l’identità di altri sospetti o condannati, le accuse o le prove contro di loro, le loro sentenze o gli appelli. Diversi avvocati hanno contestato la costituzionalità dei tribunali militari davanti alla Corte Suprema. Ma il 5 agosto 2015, Nasir ul Mulk, il Presidente della Corte, ha annunciato che tutte le “istanze sono state rigettate”. La Corte Suprema ha stabilito che i tribunali militari segreti sono legali e possono emettere condanne a morte contro i civili, una sentenza che rafforza ulteriormente la presa dei militari sul potere a spese delle autorità civili.
Speciali tribunali antiterrorismo sono stati istituiti dal Governo dell’allora Primo Ministro Nawaz Sharif (1997-1999) per fronteggiare l’aumento di atti terroristici nel paese. Ma questi tribunali sono stati investiti nel tempo del compito di processare anche persone accusate di reati politici o di crimini come stupro di gruppo e violenza sui bambini. Questi tribunali devono terminare il processo entro 7 giorni e 7 giorni è il termine concesso ai condannati per presentare appello, che a sua volta dovrà essere fissato e discusso entro 7 giorni. Queste disposizioni contrastano con l’art. 14(3)(b) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che prescrive che ogni imputato debba avere tempi e risorse adeguati per preparare la propria difesa. L’omicidio comporta una pena identica al tipo e grado di delitto commesso, come previsto dalla legge del taglione, a meno che la famiglia della vittima rinunci alla pena, di solito per una compensazione in denaro (diya) In pratica, per omicidio, la punizione non è quella del taglione ma l’impiccagione.
Come riportato nel Rapporto annuale "Stato dei diritti umani in Pakistan 2017" a cura della Commissione per i diritti umani del Pakistan (HRCP), durante la terza Revisione Periodica Universale, è stata espressa preoccupazione per i tribunali militari che processano civili per terrorismo e reati connessi. Nelle osservazioni conclusive del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite si è preso atto con preoccupazione del numero di civili, tra cui presumibilmente anche minori, condannati a morte in procedimenti segreti, e del fatto che circa il 90 per cento delle condanne era basato su confessioni.
Particolarmente preoccupante è l'opacità con cui questi tribunali hanno operato. I procedimenti dei tribunali militari, i loro giudizi, i loro ragionamenti e prove e i dettagli sui presunti reati per i quali i sospettati sono processati sono tenuti segreti. I processi sono a porte chiuse al pubblico e alle famiglie degli imputati. In base ad uno studio di HRCP e JPP, risulta che quasi la metà dei prigionieri del braccio della morte condannati da una corte militare appartiene al Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP).
Nel 2017, 66 persone sono state impiccate in varie prigioni del Paese, tra cui 44 terroristi condannati da corti militari, quando invece nel 2016 le esecuzioni per terrorismo sono state 7 su 87 esecuzioni e nel 2015 sono state 30 su 326 esecuzioni totali. Secondo la ONG Commissione Diritti Umani in Pakistan, almeno 34 sarebbero i condannati a morte nel 2017 in base alla legge anti terrorismo.

La pena di morte per blasfemia e apostasia
In Pakistan, la pena capitale è stata estesa anche ad alcune circostanze previste dalla Sharia, come rapporti sessuali extraconiugali e blasfemia. La pena di morte per questi casi è in violazione delle norme internazionali non essendo la blasfemia e l’apostasia da considerare reati secondo il diritto internazionale. Tuttavia, durante la terza Revisione Periodica Universale (UPR), il Pakistan ha respinto la raccomandazione di abrogare le leggi sulla blasfemia.
La legge contro la blasfemia è stata introdotta dal generale Mohammad Zia-ul-Haq nel 1985 e prevede la pena di morte per chi offende il Profeta Maometto, altri profeti o le sacre scritture. In base all’Articolo 295-C del Codice Penale pakistano, “Chiunque con le parole, sia pronunciate che scritte, o con rappresentazione visibile o qualsiasi attribuzione, allusione, insinuazione, direttamente o indirettamente, offende il sacro nome del Profeta Muhammad (pace a Lui), deve essere punito con la morte o il carcere a vita, ed è anche passibile di multa”.
Dai tempi di Zia a oggi molte centinaia di persone sono state incriminate in base alla legge sulla blasfemia. Nessuno è stato giustiziato e molte condanne per blasfemia sono state poi respinte in appello. Ma decine di persone in attesa del processo o assolte dalle accuse sono state massacrate da fanatici religiosi. Gli stessi avvocati difensori in casi di blasfemia sono stati vittime di attacchi e sono stati attaccati anche giudici che hanno prosciolto gli imputati, molti dei quali hanno trascorso anni di carcerazione preventiva in attesa della sentenza. 
Non solo la comunità cristiana, anche la minoranza musulmana sciita è stata perseguitata per anni dagli estremisti sunniti. Membri della piccola setta Ahmadi, considerati traditori dell’Islam perché venerano un altro profeta oltre a Maometto, sono stati vittime di attentati suicidi, sequestri e altri attacchi.
La legge sulla blasfemia, oltre che contro le minoranze religiose, è spesso usata da alcuni pachistani per regolare i conti in dispute sulla proprietà. Normalmente, le prove nei casi di blasfemia sono scarse, a parte le dichiarazioni rese da chi accusa un altro. La legge sulla blasfemia serve anche a reprimere la gente.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del paese, comprendono la lapidazione o la pena di 100 frustate per fornicazione, l’amputazione per furto e rapina a mano armata e la fustigazione per consumo di alcolici o droga. La disposizione più controversa prevede che una donna debba presentare quattro testimoni per provare lo stupro subito; in caso contrario rischia l’incriminazione per adulterio. 
Emendamenti alla legge sull’adulterio e lo stupro, firmati da Musharraf il 1 dicembre 2006, stabiliscono però che i magistrati possano decidere di trattare i casi di stupro in un tribunale civile piuttosto che islamico. La nuova legge inoltre ha abolito la pena di morte e le frustate per i rapporti sessuali extraconiugali, nei tribunali civili. In base alle nuove misure, i rapporti sessuali extraconiugali saranno puniti con la detenzione per cinque anni o una multa di 10.000 rupie (165 dollari Usa). 
Nonostante la legge del 2006, in remote aree rurali del Paese dove sistemi tribali e feudali sono ancora dominanti, continua a operare la jirga (giuria) tribale, alla quale la gente ricorre – invece che alla polizia – per la soluzione di dispute inter-tribali e di materie relative all’onore. Secondo le regole tribali, le donne sono considerate proprietà degli uomini e un’accusa di “infedeltà” è punita con la morte. Una donna sospetta di relazioni extraconiugali è dichiarata kari (peccatrice) e l’onore richiede che un membro della famiglia la uccida. Fino a tempi recenti, per un omicidio d’onore non sarebbe stata emessa la pena capitale. 
In base ad una legge del 2006, che ha emendato il codice penale, il delitto d’onore è stato equiparato all’omicidio aggravato ma in pratica viene trattato più lievemente che l’omicidio. 
La legge è cambiata dopo una lunga protesta da parte di gruppi per i diritti delle donne e i diritti umani. Ma questo non ha aiutato a cambiare la situazione. Secondo la Commissione Diritti Umani del Pakistan, sono centinaia le donne uccise ogni anno in Pakistan nel nome dell’“onore”. 
Le leggi hudud si applicano a tutte le Regioni e hanno il sopravvento anche sulla legislazione riguardante i minorenni.

Nel 2017, vi è stato un aumento delle violenze legate alla blasfemia con il governo che ha continuato a tollerare atti persecutori. Il linciaggio avvenuto in aprile di Mashal Khan, un giovane studente dell'università di Mardan, ha scioccato la nazione, ma altri incidenti sono accaduti successivamente.
Secondo i dati ufficiali, tra gennaio e novembre 2017, ci sono stati 135 casi di blasfemia nel Punjab, 41 nel Sindh, 11 nel Khyber Pakhtunkhwa e 2 nel Belucistan.
Almeno 69 persone per presunta blasfemia dal 1990, sono state uccise in via extragiudiziale secondo un conteggio di Al Jazeera.
Secondo la Commissione degli Stati Uniti sulla libertà religiosa, come riportato in un articolo del settembre 2017, mentre non è mai stato giustiziato un solo detenuto per blasfemia in Pakistan, attualmente ci sono circa 40 persone nel braccio della morte o che scontano l'ergastolo per questo reato. Secondo dei dati della HRCP, pubblicati il 28 febbraio 2018, il rapporto tra la pena di morte e le accuse di blasfemia è inferiore all'uno per cento rispetto ai reati generali. Secondo i dati totali, da dicembre 2014 a febbraio 2018, 10 persone sono state condanne a morte per blasfemia. È interessante notare che tutte e dieci le persone condannate a morte vengono dalla provincia del Punjab.
Nel 2017 sono state registrate 5 condanne a morte per blasfemia.


La pena di morte nei confronti delle donne
In Pakistan, secondo il Ministero degli Interni, vi sono 44 donne nel braccio della morte su un totale di oltre 6.000 condannati a morte. Il Pakistan ha giustiziato 9 donne nel corso della sua storia recente e l'ultima esecuzione è avvenuta 1985.
Secondo i dati del rapporto 2017 della HRCP, il 2% delle condanne a morte riguarda donne per varie reati negli ultimi tre anni.

Le Nazioni Unite
Nel 2017, il Pakistan è stato sottoposto alla terza Revisione Periodica Universale (UPR) dal Consiglio ONU dei diritti umani durante il quale ha accettato 168 raccomandazioni mentre ne ha annotate 117, tra cui quelle sulla pena di morte (abolire la pena di morte, dichiarare una moratoria ufficiale sulla pena di morte, ratificare il Secondo Protocollo facoltativo del Patto internazionale sui diritti civili e politici, abrogare tutte le disposizioni che prevedono condanne a morte obbligatorie al fine di abolirle).
Il 19 dicembre 2016, il Pakistan ha nuovamente votato contro la Risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

 

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